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MILANO

Kabobo in carcere lavora e studia l'italiano

Il ghanese cinque anni fa uccise tre passanti a picconate

19 luglio 2018, 00:17

Kabobo in carcere lavora e studia l'italiano

Sta lentamente imparando l'italiano, ha cominciato a studiare partendo dal programma delle scuole elementari e lavora portando il vitto ai detenuti del 41 bis. E’ questa la nuova vita in carcere di Adam Kabobo, il ghanese di 36 anni che l’11 maggio 2013 seminò il terrore nel quartiere Niguarda di Milano, ammazzando a colpi di piccone tre passanti, e che poi è stato condannato in via definitiva a 20 anni di reclusione con il riconoscimento del vizio parziale di mente. E anche a 3 anni di casa di cura e custodia, una misura di sicurezza a pena espiata che gli è stata applicata per la sua «pericolosità sociale».
Quel mattino di più di cinque anni fa Kabobo, come scrissero i giudici d’appello, uccise per «rancore e sfinimento per le sue esperienze di quotidiana lotta per la sopravvivenza», compiendo una «azione criminale agevolata dalla malattia» mentale. Morirono Daniele Carella, 21 anni, Alessandro Carolè, 40 anni, e Ermanno Masini, 64 anni. Dalla relazione psichiatrica, che venne depositata nell’inchiesta, era uscito fuori un racconto, a tratti allucinato, di un immigrato con disturbi mentali sbarcato da clandestino a Lampedusa, dopo aver visto morire il fratello in Africa, ed entrato prima nei Cie e poi in carcere. E sempre accompagnato da quelle che lui chiamava «voci» e che sentiva in testa. «Queste voci mi dicevano - tentò di spiegare ai periti - che la popolazione africana, la parte del nord anche loro stavano uccidendo le persone a picconi quindi mi sono sentito anch’io di fare la stessa cosa».
Oggi, come ha spiegato uno dei suoi legali, l’avvocato Benedetto Ciccarone, che lo ha assistito con la collega Francesca Colasuonno, il ghanese, passato da San Vittore ad Opera, è sottoposto ancora a cure psichiatriche e le sue condizioni sono a poco a poco migliorate. Tanto che, come prevedono i normali programmi di recupero sociale dei detenuti, può svolgere alcuni lavori nella casa di reclusione, anche di pulizia, e ha deciso di mettersi a studiare a partire dal programma delle elementari, dato che non è mai andato a scuola.
Dal canto suo, Andrea Masini, che ha perso il padre, ha sempre parlato di quei 20 anni come di una «pena insufficiente», mentre i genitori di Daniele Carella hanno più volte auspicato che «questo signore stia in carcere e non stia più in strada». Intanto, nei prossimi mesi dovrebbe tenersi un cosiddetto 'incidente di esecuzionè per applicare la continuazione tra i reati di omicidio (pena 20 anni) e di tentato omicidio (8 anni per aver ferito altre due persone). Continuazione che porterebbe ad uno 'scontò sul cumulo della pena. Quando avrà finito di scontarla, poi, passerà in una casa di cura e il Tribunale di Sorveglianza dovrà valutare, di volta in volta, la sua pericolosità per decidere se confermare e fino a quando la misura di sicurezza.

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