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Archivio Gazzetta di Parma - I tre italiani liberati in Libia: «Quel carcere è un inferno»

01 agosto 2018, 14:14

Archivio Gazzetta di Parma - I tre italiani liberati in Libia: «Quel carcere è un inferno»

In questo articolo pubblicato il 28 agosto 2011 dalla Gazzetta di Parma parlano i tre italiani che erano stati arrestati dal regime di Gheddafi e poi liberati. Fra loro Antonio Cataldo

TRIPOLI
«Ci chiedevano “Siete spie?”. E giù botte».
Il racconto di un mese da incubo

Catturati in Tunisia, nella zona turbolenta al confine con la Libia, e consegnati alle milizie di Gheddafi. Poi rinchiusi in carcere, ammanettati, bendati, picchiati.
Un’esperienza lunga un mese, durissima, che racconteranno nei dettagli «solo quando saremo in Italia, qui non ci sentiamo al sicuro», dicono Antonio Cataldo, 27 anni, di Chiusano di San Domenico (Avellino), Luca Boero (42), genovese, e Vittorio Carella, anche lui 42enne, di Peschiera Borromeo (Milano).
Liberati tra domenica e lunedì scorsi dai ribelli, sono stati accompagnati all’Hotel Corinthia di Tripoli, dove si trovano anche molti degli inviati italiani e internazionali che stanno raccontando la guerra.
Torneranno in Italia insieme ai quattro giornalisti sequestrati e liberati.
«Dal 23 di luglio siamo scomparsi nel nulla e ci ha ritrovati cinque giorni fa un gruppo di ribelli: hanno assaltato un carcere, hanno liberato i prigionieri all’interno e hanno liberato tutti quanti, probabilmente per avere più ribelli possibili per combattere a Tripoli», racconta al Tg1, ripreso di spalle, uno dei tre. Durante gli interrogatori in carcere - non è chiaro quale, forse quello di Maya, a 25 chilometri da Tripoli, o forse la terribile prigione di Abu Salim, in città, teatro delle peggiori violenze - gli uomini di Gheddafi «volevano sapere se eravamo spie, chi ci aveva mandato, chi ci pagava, cosa facevamo lì. Mi hanno preso a calci, mi hanno preso a pugni in faccia. Non so più che altro dire».
Cataldo, Boero e Carella non dicono cosa erano andati a fare in Libia, affermando però di «non avere niente da nascondere». Boero – un body guard che ha lavorato in numerosi locali notturni di Genova come addetto alla sicurezza, esperto di arti marziali e piuttosto noto nel suo settore in città – si limita a spiegare che «avevamo un incontro, vicino a Bengarden», ma appena giunti in Tunisia «siamo stati presi e consegnati alle forze» di Gheddafi. «Questo è tutto quello che posso dire». Pare che, insieme ai suoi due compagni, fosse partito per lavorare in qualità di addetto alla sicurezza per conto di alcune famiglie benestanti libiche. Contractor, insomma.

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