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EDITORIALE

Gli investitori esteri ci guardano. E non capiscono

di Aldo Tagliaferro -

06 agosto 2018, 16:39

Gli investitori esteri ci guardano. E non capiscono

Chissà perché l'espressione «investitori esteri» nella vulgata comune (che è spesso il linguaggio di chi ha mandato al governo la «pancia» popolar-populista giallo-verde) significa soprattutto «speculatori». Ma gli «investitori esteri» non sono dei mostri: ci sono banche d'affari e fondi internazionali che investono i soldi dei propri clienti, e quando lo fanno nel Belpaese significa che in qualche misura credono in noi. Gli «investitori esteri» versano denaro nelle casse dello Stato comprando debito pubblico (e non poco: circa un terzo del totale, più di 700 miliardi di euro) oppure finanziano i privati acquistando azioni e obbligazioni corporate, e anche qui parliamo di centinaia di miliardi. Non solo: sono «investitori esteri» tutti quei soggetti che in Italia creano posti di lavoro acquistando aziende, entrando in compagini azionarie, creando joint ventures. Insomma: credono nel Made in Italy e basta guardarsi attorno (due esempi a noi vicinissimi: Crédit Agricole e Lactalis) per capire che il mondo globalizzato non è una formula vuota né – come temono alcuni - il demonio.
Ebbene, quello di cui hanno bisogno un fondo internazionale o un'azienda intenzionati a investire in un Paese è la certezza che ci siano le condizioni (politiche) per farlo. ArcelorMittal deve capire se l'acciaio dell'Ilva è un affare, le aziende coinvolte nella costruzione della Tav cercano di vedere la luce in fondo al tunnel della diatriba tra il no in salsa grillina e il timido sì della Lega; Merrill Lynch o Godman Sachs hanno la necessità di conoscere se i conti pubblici saranno sotto controllo prima di confermare gli investimenti in titoli di Stato italiani, soprattutto tenendo conto che lo scudo del Qe è agli sgoccioli e lo spread ha imboccato una china pericolosa.
Il governo sta tenendo sulle spine gli «investitori esteri». Prendiamo la manovra: nessuno ha ancora capito come saranno garantite le coperture per reddito di cittadinanza e flat tax e l'impressione è che il ministro Tria fatichi a tenere dritta la barra dei conti se Salvini e Di Maio tirano in direzioni opposte. La riforma della Fornero sembra passata in secondo piano perché la coperta è drammaticamente corta (paradossalmente anche azzerando tutte le pensioni sopra i 5mila euro - hanno ipotizzato gli infallibili Alesina e Giavazzi sul Corriere - si coprirebbero si è no i costi del primo anno in caso di abolizione della riforma Fornero) e non si vede un filo logico nella politica economica dell'esecutivo che ha annacquato un po' di riformine sotto l'etichetta Dignità tralasciando le priorità che fanno davvero ripartire il paese, ovvero infrastrutture, taglio del costo del lavoro, assunzione di giovani con strumenti di detassazione e decontribuzione. La cultura d'impresa sembra quasi una colpa per una parte del governo e Salvini - distratto dall'emergenza migranti - ha allentato la presa rischiando di perdere il contatto con la piccola imprenditoria del nord che è l'ossatura del suo elettorato.
Gli investitori, tutti, chiedono lumi. A settembre la manovra dovrà prendere corpo, bisognerà elemosinare flessibilità in Europa, trovare 12,5 miliardi per disinnescare l'aumento dell'Iva e tenere d'occhio lo spread che è già il doppio rispetto ai tempi di Gentiloni: può impennarsi in un amen (gli inglesi lo chiamano «sudden stop») se i mercati chiudono i rubinetti. E sarebbero dolori. L'Italia va in vacanza, ma non dormiremo sonni tranquilli.