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Angelo Salamini, una vita a mille all'ora

Nel 1969 il fallimento della sua azienda. Addio all'imprenditore genio e sregolatezza. Da 31 anni si era rifugiato a Marbella

di Andrea Del Bue -

23 agosto 2018, 15:20

Angelo Salamini, una vita a mille all'ora

Genio e sregolatezza di Angelo Salamini si sono spenti lunedì sera (mercoledì 11 ottobre 2001), all’età di 80 anni. A Marbella, in Spagna, dove l’imprenditore parmigiano viveva da più di trent’anni. Classe 1930, nella sua vita ha firmato successi clamorosi, vertiginose cadute e numerose risalite. Ma sempre a mille all’ora, alla velocità delle lussuose macchine su cui viaggiava, dentro la bella vita che faceva. Un ictus, a primavera, da cui non si era mai ripreso, ha messo la parola fine su un’esistenza segnata indelebilmente dal fallimento della sua azienda, la Salamini, nel ’69. Prima, solo successi. I primi capannoni, in stradello San Girolamo, negli anni Cinquanta, dove produce radiatori per automobili e carrozzerie, per clienti come Maserati, Ferrari e Lamborghini. A fine degli anni Cinquanta la rivoluzione, a Torricella di San Lazzaro, in quell’area che oggi è conosciuta come «Ex Salamini»: espansione continua, capannoni su capannoni, millecinquecento dipendenti e nuovi orizzonti da esplorare. Il jolly sono i mobili per ufficio a basso costo: il boom economico italiano è realtà e il fatturato della Salamini cresce a dismisura. La megalomania dell’imprenditore che non si accontenta prende il sopravvento e comincia a buttarsi nello sport, con una squadra di ciclismo, tra le cui fila corrono anche campioni del calibro di Vittorio Adorni e Pietro Guerra. Sul fronte imprenditoriale, le nuove scommesse si chiamano lavatrici, lavapiatti e frigoriferi. Ma il mercato va aggredito, perché a dare filo da torcere ci sono colossi quali Zanussi, Ignis, Rex e Ariston. L’idea è buona, la realizzazione pessima. E’ l’inizio dell’incubo: nel ’69 è fallimento, al quale si accompagnano le proteste dei lavoratori a spasso e un’inchiesta giudiziaria penale. Durante il processo, Salamini vola a Roma, senza mai abbandonare l’attività imprenditoriale. Prima, nel ’70, fonda con l’attrice Elsa Martinelli e suo marito, il fotografo Willy Rizzo, un’azienda che produce mobili e lampadari di design. In seguito, le idee più bizzarre. Dal Messico importa i costumi tipici del posto; dagli Stati Uniti, invece, compra, a chili, pellicce pregiate usate dalle star di Hollywood, per rivenderle in Italia, con un nome accattivante: «Furs bazar, le pellicce delle star». Per l’oltreoceano inventa un kit, «Nonna Maria», comprendente fornello, passata di pomodoro e spaghetti: roba da americani. Infine, sempre dagli Usa, importa la crioterapia, al tempo sconosciuta in Italia, aprendo una clinica a Roma. In quegli anni vive la mondanità della Capitale, ha conoscenze altolocate e non nasconde il suo istinto da playboy. Infine, negli anni Ottanta, quando sarebbe dovuto andare in carcere, condannato per bancarotta fraudolenta e truffa, trova rifugio a Marbella, sulla Costa del Sol, insieme alla famiglia: la moglie Giuliana e i figli Ildebrando, Benedetta e Nicolò. Qui si butta nell’edilizia, costruendo ville stratosferiche: enormi, pacchiane, ma che incontrano il gusto e i soldi degli arabi. Questo per una decina d’anni, prima di iniziare una nuova attività come antiquario. Poi la pensione, la crisi mistica che porta i santini in tutte le stanze e le nuove paure, forse causate dai fantasmi del passato; come la fobia di volare, negli ultimi anni di vita, dopo aver preso centinaia di aerei in cinquant’anni di imprenditoria. «Se ne va un uomo che aveva capito che nel mercato degli elettrodomestici c’erano ampi spazi per la produzione e la vendita - è il ricordo di Giorgio Orlandini, direttore dell’Unione Parmense degli Industriali dal 1968 al 2000 -. Qualcosa, però, non funzionò: probabilmente gli mancarono le risorse per aggredire il mercato caratterizzato da una forte concorrenza. Da lì sono iniziati i suoi guai. Sul piano umano - conclude Orlandini -, Salamini era un uomo simpatico, divertente, a tratti spregiudicato. Un vulcano di idee che non sempre ha saputo concretizzare».


  Dopo la condanna per bancarotta fraudolenta  

Nell'88 la grazia da Cossiga

I guai giudiziari, per Angelo Salamini, cominciano a fine degli anni Sessanta: il 14 febbraio del 1969 il Tribunale di Parma emette la sentenza di fallimento della Salamini, azienda ubicata nel polo industriale di Torricella di San Lazzaro, oggi conosciuta come area «Ex Salamini».
A seguito della dichiarazione di fallimento, viene aperta un’indagine giudiziaria per far luce sulla gestione dell’impresa. Nel frattempo, più di ottocento operai scendono in strada per protestare, chiedendo l’intervento del Governo. In piazza Garibaldi staziona per lungo tempo una tendopoli di ex dipendenti, i capannoni dell’azienda vengono occupati, così come la Camera di Commercio, la via Emilia e alcuni tratti della ferrovia; le proteste si allargano anche a Bologna e nella Capitale.
L’inchiesta giudiziaria va avanti, fino al 14 aprile del 1976, quando il tribunale penale di Parma emette la propria sentenza, condannando l’industriale per bancarotta fraudolenta e truffa a quattro anni e mezzo di reclusione (di cui uno condonato) e all’inabilitazione per 10 anni all’esercizio di imprese commerciali e di uffici direttivi presso qualsiasi impresa.
Dalle indagini dei periti, concentrate sul periodo dal ’66 al ’69, risulta un gigantesco crack: Salamini aveva speso per sé 120 milioni di vecchie lire e sottratto dal fallimento 37 milioni. Inoltre, aveva ceduto ad un istituto finanziario crediti inesistenti del valore di 743 milioni, attraverso i quali riuscì ad ottenere anticipi per 574 milioni.
Salamini, per sfuggire alle manette, ripara in Spagna, a Marbella, dove continua a fare l’imprenditore. Nel settembre del 1984, altri guai: un settimanale spagnolo, «Interviu», pubblica una lunga inchiesta in cui il nome dell’imprenditore parmigiano è messo in relazione ad attività illecite legate alla massoneria e alla mafia.
I fatti riportati, però, non trovano alcun fondamento e non saranno mai provati.
Infine, nel 1988, in merito alle condanna relativa al fallimento, il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga concede la grazia a Salamini.

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