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EDITORIALE

Crisi libica: l'Italia deve esporre la bandiera

di Domenico Cacopardo -

04 settembre 2018, 14:59

Crisi libica: l'Italia  deve esporre la bandiera

L’epilogo di questa estate burrascosa ci porta l’acuirsi della crisi libica, con le milizie filo-Haftar a Tripoli, prossime al «compound» nel quale è asserragliato il governo Serraj, voluto dall’Onu e sostenuto dall’Italia. La nostra interfaccia in terra d’Africa.
La recrudescenza della guerriglia ha padre e madre e zia, facili da individuare: Francia (con il Regno Unito, la zia) ed Egitto, indubitabilmente promotori dell’offensiva che mette in un angolo gli amici dell’Italia e dell’Eni. Gli Stati Uniti di Trump ci sono a parole. Solo parole.
I fatti mostrano il fallimento della politica italiana. Né il faraone Al-Sisi né l’alleato Macron recedono dai loro fini. In gioco ci sono il petrolio libico e gli assetti strategici del Nord-Africa. Non dimentichiamo che la Francia è titolare di un invidiabile e irraggiungibile pacchetto di relazioni europee e africane. Al-Sisi è al centro della strategia di contrasto delle pulsioni estremistico-terroristiche diffuse (e non dome) nell’Islam.
È inutile menar fendenti a destra e a manca, come se la politica internazionale fosse il gioco «della pentolaccia». In Europa, gli amici politici del governo italiano sono nel gruppo di Visegrád, di coloro che si oppongono a qualsiasi solidarietà nell’accoglienza dei migranti. Gli altri, soprattutto Parigi, non retrocedono di un passo (anche se la posizione dell’Unione sulla legge di stabilità contiene inattese e solide aperture: la sensazione è che nei ministeri chiave nessuno legga le carte e che quindi nessuno maneggi i dossier). Intanto, l’influenza francese nei gangli finanziari del bel Paese può crescere ulteriormente con l’esplosivo possibile accordo Société générale-Unicredit.
Perciò, oggi, è difficile iniziare un discorso costruttivo con i francesi sulla Libia. Gli ultimi eventi con l’avanzata delle milizie a Tripoli, con la possibile caduta della nostra ambasciata, l’occupazione dei ministeri e la fine del governo Serraj ci impongono una reazione. Se vogliamo contare al tavolo in cui si definirà il futuro della Libia, non possiamo essere timidi e rinunciatari. E di fronte al mondo arabo non possiamo apparire fedifraghi (abbandonando Serraj) o inaffidabili per timidezze antiche e nuove.
In questi casi, quando mancano gli strumenti della diplomazia, «si espone la bandiera». Si utilizza cioè lo strumento militare. Tanto è vero che ieri Palazzo Chigi ha fatto filtrare la notizia che è in preparazione una «task force» col compito di difendere l’ambasciata e il governo Serraj. Una decisione obbligata che presenta alcuni rischi soprattutto se non viene schierata una squadra navale. Abbiamo due portaerei moderne (Cavour e Garibaldi, una terza, Giulio Cesare, più potente, in costruzione) che possono alternarsi in prossimità di Tripoli. Con droni, elicotteri e aerei, con il battaglione San Marco e il Col Moschin, possono assicurare quella difesa avanzata (invulnerabile dai ribelli) di cui nello scacchiere abbiamo necessità.
Se la missione sarà sostenuta politicamente, essa costituirà il modo di arrestare le milizie e realizzare quella conferenza sul futuro della Libia da cui non possiamo essere esclusi. E non essere cancellati dallo scacchiere, un tempo riservato a noi e poi sottrattoci dalla guerra contro Gheddafi. Il gioco è grosso e dobbiamo giocarlo.