Sei in Archivio

IL '68 CINQUANT'ANNI DOPO

IL DUOMO OCCUPATO: FRANCESCO SCHIANCHI Il portavoce della protesta: «Noi, cattolici del dissenso, volevamo cambiare la Chiesa»

06 settembre 2018, 23:26

IL DUOMO OCCUPATO: FRANCESCO SCHIANCHI Il portavoce della protesta:  «Noi, cattolici del dissenso,  volevamo cambiare la Chiesa»

Francesco Schianchi, originario di Langhirano, diplomato al Romagnosi, si è laureato a Milano in storia contemporanea e vanta un lungo curriculum come copywriter, direttore creativo, autore di libri per bambini, professore a contratto al Politecnico, docente di Marketing allo Iulm, ma ci tiene molto al suo impegno sociale e al corso di sartoria che ha tenuto per le detenute di Rebibbia.

Lei è stato il portavoce durante l’occupazione della Cattedrale di Parma. Come ci è arrivato?

«L’occupazione della Cattedrale di Parma è in realtà uno dei tanti episodi che mi videro protagonista diretto in quegli anni come cattolico del dissenso. Prima di allora avevo già promosso un’assemblea ecclesiale di cattolici, protestanti ed ebrei all’Università Cattolica, dalla quale sono poi stato di fatto espulso nel 1969 proprio per i miei atti di contestazione verso le gerarchie ecclesiastiche. Così mi sono laureato alla Statale con una tesi sulla contestazione della Chiesa in Italia e in Europa. All’occupazione del Duomo di Parma sono arrivato perché qui ho vissuto fin da bambino giocando a calcio e baseball nella parrocchia del Corpus Domini, e qui ho avuto come compagni di liceo diversi giovani de “I Protagonisti”, con i quali i rapporti sono sempre stati vivi. Io condividevo appieno le loro battaglie e le loro rivendicazioni per la riforma della Chiesa. E poi mi sentivo in sintonia con i movimenti che operavano all’Università. Ovunque si mettevano in discussione l’autoritarismo e l’arroganza del potere. I nostri padri avevano costruito un mondo troppo simile a quello vecchio. Doveva cominciare dall’Università la democrazia delle istituzioni».

Torniamo all’occupazione del Duomo, come avvenne?

«L’abbiamo elaborata nella sede della sinistra DC, al circolo “Vanoni”. Lì abbiamo scritto i tazebao che chiedevano scelte radicali in favore dei poveri e niente più chiese costruite con i soldi delle banche, e dicevano no ai preti scomodi fuori dalla scatole. Da lì siamo partiti per occupare la Cattedrale, non contro qualcuno, ma per affermare una chiesa diversa e solidale, nello spirito cristiano più autentico, che oggi sembra in qualche modo incarnato da papa Bergoglio. La mattina del 14 settembre mi chiamò l’assistente del vescovo per scongiurare l’occupazione: gli risposi che non ce l’avevamo con loro, ma che semplicemente ci contrapponevamo a modelli culturali e dinamiche di potere lontano dallo spirito originario della Chiesa. Così nel pomeriggio entrammo in duomo, leggemmo brani della Bibbia, facemmo meditazione teologica, fino a quando alle 19, ora di chiusura, entrarono le forze dell’ordine e ci trascinarono sulla navata».

E’ vero che lei li affrontò con molta determinazione?

«Semplicemente gridai “Questa è la casa di Dio, toglietevi il cappello!”, e per un momento rimasero sconcertati».

Lei è stato considerato all’epoca come una specie di rivoluzionario di professione…

«In realtà eravamo molto ingenui. Parole come compromesso, opportunismo, privilegio, non esistevano nel nostro vocabolario. Io cercavo di essere ovunque fosse utile per contrastare il “disordine costituito”. Fui a Roma all’assemblea dei preti solidali, nel ’69 partecipai alla veglia di preghiera nel duomo di Milano, meritandomi dal cardinal Colombo l’epiteto di “scimmia di Dio, che va da una parrocchia all’altra per fomentare disordini».

Cosa è rimasto in lei di quelle esperienze?

«Mi è rimasta una scelta di campo profonda nei confronti degli ultimi. In questi anni ho cercato di insegnare ai giovani un percorso critico, il valore della diversità, la capacità di andare fuori dalle righe, ho spiegato che fare politica vuol dire lavorare perché le persone tornino proprietarie del loro futuro, un futuro che esiste già oggi. Potrei concludere con una riflessione: se abbiamo fatto il ’68, è proprio grazie al fatto che non ci serviva a niente».