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IL '68 CINQUANT'ANNI DOPO

UNIVERSITA' OCCUPATA: GIAN MARIA DE' MUNARI «Io, insegnante e marxista, alle prese con la richiesta di esami di gruppo»

06 settembre 2018, 23:26

UNIVERSITA' OCCUPATA: GIAN MARIA DE' MUNARI  «Io, insegnante  e marxista, alle prese con la richiesta di esami di gruppo»

Gian Maria De’ Munari arrivò a Parma nel novembre del 1961 per iniziare la carriera di insegnante nell’Istituto di Fisica. E’ stato a lungo militante del PCI, con incarichi di rilievo nel partito, e consigliere comunale negli anni settanta, come capogruppo.

A Parma, secondo lei, dalle ceneri del movimento è rimasto qualcosa di concreto, che ha contribuito agli sviluppi negli anni successivi?

«Direi proprio di sì. Mi vengono in mente due cose: la chiusura del manicomio di Colorno (in cui gli studenti di medicina hanno svolto un ruolo importante), e la saldatura con i movimenti dei lavoratori, che sono poi sfociati nella conquista dello Statuto dei Lavoratori nel ‘70. Ma all’interno dell’Università non ha cambiato le cose. E’ vero che l’accesso fu poi molto più diffuso, ma forse più per necessità del mondo capitalistico che per effetto della lotta studentesca. Comunque il sessantotto è stato importante perchè ha aperto degli spazi che prima erano chiusi».

A proposito della connotazione politica del movimento studentesco, come si conciliava con la forte presenza di militanti comunisti all’interno dei docenti di Scienze?

«La contestazione studentesca non si è mai identificata con il marxismo, anche se il PCI era sempre presente nei momenti più importanti, sia per evitare che il movimento prendesse altre strade, sia per evitare che la situazione gli sfuggisse di mano. Comunque in quelle assemblee abbiamo sempre considerato un valore la diversità fra le persone e ognuno a modo suo aveva diritto di cittadinanza».

Ricorda qualche corto circuito nel rapporto con gli studenti?

«Nel ’68 insegnavo Fisica agli ingegneri e facevo lezione in vicolo Grossardi, nella sala sopra la mensa. Uno studente mi avvicinò e disse «Ho bisogno di parlarle: vorremmo l’esame di gruppo». E io risposi «Farò l’esame di gruppo il giorno dopo che lo avrò fatto alla Bormioli». Volevo dire che non siamo tutti uguali, e che chi ha capacità e merito va premiato. Comunque fu una bella sfida: io marxista cercavo di organizzare una società che non partiva dall’economia ma dalla cultura».

Su cosa ha lavorato lei in quei mesi?

«Presi contatto con i lavoratori della Bormioli, partendo dalle assemblee di quartiere. In quegli incontri, all’Università e sui luoghi di lavoro nascevano esigenze, proposte, idee, si saldavano esperienze diverse. Per certi versi il sessantotto è sostanzialmente la cronaca di un fallimento, ma per chi lo ha vissuto è stato importante ed ha improntato la classe dirigente di una intera generazione».

Ricorda qualche episodio particolare che lo ha visto protagonista?

«Più che altro ricordo il mio stato d’animo, dopo le lezioni mi dedicavo anima e corpo alla politica, avevo persino comprato un mantello a ruota perché mi consentiva di nascondere alla polizia il secchio della colla per attaccare i manifesti. E ricordo anche il giorno dello sgombero dell’Università occupata: mi trovavo seduto casualmente dietro la cattedra nell’aula dei filosofi, quando i carabinieri fecero irruzione intimandoci di uscire. Al mio rifiuto mi hanno portato fuori seduto in poltrona».