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8 settembre

Atos Sassi: «Io, disertore, e quel treno per Dachau»

di Chiara Cacciani -

09 settembre 2018, 16:52

Atos Sassi:  «Io, disertore, e quel treno per Dachau»

«Su quel treno pensavamo che avremmo trovato lavoro: abbiamo trovato Dachau». È un mezzo sorriso di beffa rinnovata e rinnovata sofferenza quello che mette il punto alla frase e precede un lungo silenzio. Sono passati tre quarti esatti di secolo da quei giorni d'inizio settembre che invertirono una e tante storie. Allora Atos Sassi aveva appena compiuto 20 anni; oggi, seduto su una panchina del parco di fronte a casa, mostra la carta d’identità per confermare agli increduli i 93 appena festeggiati.

Nato a Suzzara, era un bambino quando il papà – battitore di formaggi – ebbe un incarico importante a Parma e la famiglia si trasferì. «No, il suo talento non l'ho ereditato: a me piaceva la meccanica, e i miei mi iscrissero a una scuola legata alle Officine Reggiane, dove costruivano apparecchi aerei. Appena ebbi in mano il diploma mi ingaggiarono». Una settimana al lavoro di notte, la successiva di giorno.

Era notte e lui era smontato dal turno qualche ora prima, quando nel '42 la fabbrica fu bombardata. «Mi sono salvato, ma avevo perso il lavoro. Cercai qualcosa a Parma, e nel frattempo arrivò la cartolina per partire soldato». Per sfruttare la sua esperienza professionale fu destinato al reparto motoristi della regia Marina: La Spezia e i sommergibili, dunque.

Atos Sassi era là, quell'8 settembre del '43 in cui in gran parte d'Italia regnavano l'attesa vana di ordini e la difficoltà a capire cosa sarebbe accaduto nelle ore successive. Le idee le aveva più chiare il suo comandante: stabilì subito che il reparto avrebbe aderito alla X Mas. «E a quel punto io e altri due - uno era un altro parmigiano, Enzo Colla – ci strappammo il colletto della divisa e le mostrine e fuggimmo».

Da disertori raggiunsero a piedi Pontremoli, si salvarono da un primo rastrellamento grazie ad un prete ma non sfuggirono al secondo appena giunti a Parma. Ebbero la possibilità di scegliere: l'arresto immediato o un periodo di lavoro in Germania, e loro scelsero la Germania. Oggi sorride amaro della propria ingenuità, Atos: «Quando ci dissero di preparare la valigia, la facemmo per davvero...». Ci vollero dieci giorni di viaggio su un vagone bestiame per ritrovarsi oltre il confine dell'umanità: Dachau.

«Stavamo in capanne di legno con letti a tre piani, arrivati da tutta Europa: francesi, russi, italiani, e poi gli ebrei. Loro marchiati sulle braccia, noi con il numero sulla casacca». Era il 2299 Atos Sassi, come mostra il tesserino che conserva nel portafogli. E a questo punto della storia le parole escono più faticose. «Tante cose non ce le ha mai volute raccontare. Troppa sofferenza...», sussurra la figlia Daniela. Gli occhi di Atos fissano adesso un punto lontano. «Quando c'erano i bombardamenti venivano a prenderci i poliziotti tedeschi e ci portavano a raccogliere morti e feriti tra le macerie. Un giorno mi diedero una pinza: “Apri le bocche e guarda se ci sono denti d'oro”». Ecco - è sottinteso nello sguardo - ecco perché è necessario congedarsi da questa stanza di ricordi mai nominati.

Il tra la vita e la morte di Dachau durò in tutto 18 mesi. «La domenica potevamo andare nei prati fuori dalle baracche. Prendevo un sasso, disegnavo un quadrato e all'interno comandavo io: erano miei i fili d'erba che tiravo su per mangiarne le radici». Mangiare poco e niente: l'incubo e la salvezza. Quanto fosse essenziale avere la forza di alzarsi ogni mattina, l'hanno capito solo dopo, «quando scoprimmo che i malati non venivano rimandati a casa: dopo l'iniezione c'erano i forni crematori».

Mangiare poco e niente: l'incubo in prigionia, e invece salvezza al momento della liberazione. «Se sono vivo lo devo a un medico americano: mi obbligò a restare ancora quindici giorni e a nutrirmi piano piano a latte e biscotti: “Se vai fuori a mangiare, muori”. Pesavo circa 40 chili, il mio stomaco non era più abituato, e sa quanti ne sono morti così? Già salvati?». Lui invece tornò a casa più tardi ma vivo. «A Bolzano c'erano treni per i sopravvissuti, uno per ogni città. Ad indicare il mio trovai una crocerossina: era la principessa Carrega». E alla fine Parma arrivò davvero: i genitori ritrovati, la sua nuova famiglia, la carriera in una assicurazione, la vita piena. E la Storia, anche la sua, che resta importante: l'ha raccontata al ricercatore storico e presidente dell'Ancfargl Parma Andrea Di Betta in un video pubblicato su Youtube, e agli studenti del Romagnosi grazie al professor Maurizio Olivieri. «Ed è stato bello, molto bello, parlare coi ragazzi. Ora mi ha chiamato la parrocchia, tornerò in una scuola». Con in mano - e in dono - il suo bagaglio di memoria. Generosa e dolorosa insieme.