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EDITORIALE

Le conseguenze del male (e quelle del bene)

di Michele Brambilla -

09 settembre 2018, 16:41

Le conseguenze del male (e quelle del bene)

Non c’è posto di Parma dove non incontri qualcuno che mi chieda del «caso Pesci». A distanza ormai di quasi due settimane dall’arresto, resta quella la vicenda di cui si parla di più in città. Lo verifichiamo quotidianamente dai report del nostro sito internet: tra le prime dieci notizie più cliccate, sei-sette riguardano sempre gli aggiornamenti e i commenti su quella notte degli orrori. Non ricordo, negli ormai quasi tre anni trascorsi in Gazzetta, un caso di cronaca nera che abbia destato così a lungo l’interesse dei parmigiani.
Perché? Credo che la risposta dipenda, in parte, dalla notorietà del personaggio arrestato; in parte dalla gravità delle accuse; in parte dal profilo della vittima, una giovane particolarmente fragile e indifesa. Ma probabilmente tutto questo non basta a spiegare tanto clamore. C’è anche il fatto che questa storia sollecita la cattiva coscienza di un’intera comunità: i vizi privati e le pubbliche virtù, un certo modo di considerare le donne, un certo modo di considerare i soldi, un certo modo di considerare il divertimento, e poi il chiudere gli occhi sul sommerso ma enorme consumo di droga, e poi ancora l’ipocrisia degli amici che voltano le spalle a chi è caduto in disgrazia: «Pesci? L’avrò visto al massimo qualche volta...».
A volerci riflettere, il prolungarsi dell’interesse attorno a questa storia ci dimostra quanto imprevedibili e in un certo senso infinite siano le conseguenze, gli effetti di un male. C’è, in partenza, la dittatura del desiderio, che porta ad esigere, a pretendere per sé il soddisfacimento di ciò che ci illudiamo possa renderci felici; e da un desiderio malato - in questo caso da una sessualità malata - si passa all’uso di cocaina «per sballare di più», e da qui allo stupro, da qui alle botte e alla tortura, quindi si arriva a due persone in carcere e una in ospedale, al dolore dei genitori di lei e a quello della compagna di lui, al timore di minacce e forse, chissà, a qualche desiderio di vendetta, all’odio che corre sui social e alle polemiche fra avvocati e medici e poi perfino fra avvocati e questura... Quanto è lunga la scia del male?
Ma c’è - pur se silenziosa, quasi invisibile - anche una scia del bene. Quello, ad esempio, della sorella della vittima, che si accorge di un disagio, chiede spiegazioni, insiste nelle domande dopo i primi, timorosi, rifiuti di aprirsi e di rispondere 

quindi offre conforto, sostegno, aiuto a reagire. E poi ecco i medici del pronto soccorso, che non sono fratelli di sangue della vittima, ma in questa ragazza arrivano a vedere, dopo la paziente, una sorella, un essere umano spaventato e dolente: la curano, e ci mancherebbe, è il loro dovere, ma poi non basta fare il medico, e allora si cerca di convincere a fare denuncia, a urlare la verità. E la scia del bene prosegue con i poliziotti, che non solo fanno le indagini, e ci mancherebbe, è il loro dovere, ma cercano di proteggere questa povera ragazza, perché non basta fare il poliziotto, non basta guardare il codice penale, bisogna aiutare tutti a capire che non si può subire e tenere poi la testa chinata. E il bene continua con il lavoro paziente e difficile dei magistrati, con l’azione quotidiana di chi difende le donne dalle violenze, con quella di chi grida che non bisogna abituarsi, arrendersi alla schiavitù della droga. E il bene continuerà, dovrà continuare, se altre persone ancora si faranno carico di aiutare ogni vittima a vivere e perfino ogni colpevole a rivivere, perché nessuno, neanche il peccatore, deve andare perduto. Sono e saranno queste, per dirla con le parole del primo Sorrentino, «le conseguenze dell’amore», perché l’uomo è capace di cadere così in basso da diventare un mostro ma è capace anche di saper ricavare, da un male, un bene.
Il clamore, il così longevo clamore del «caso Pesci», in fondo ci ricorda che ogni nostro atto lascia una traccia - il male genera male e il bene genere bene - e che nessuno di noi può vivere da solo, perché ogni vita è legata a tante altre vite. E ci ricorda anche - questo è, spero, l’insegnamento che dobbiamo conservare - che nessuno può chiamarsi fuori, anche da un caso come il «caso Pesci», perché tutti siamo responsabili, vicendevolmente, l’uno dell’altro.


michele.brambilla@gazzettadiparma.it