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Il racconto della domenica

E allora, sotto a chi tocca

di Luca Cantarelli -

16 settembre 2018, 14:46

E allora, sotto a chi tocca

Le storie migliori le ho sentite standomene seduto, magari davanti a una tavola imbandita. Ricordo quella volta, in un pub intitolato a Winston Churchill. Ero con un amico di liceo. Dopo aver rivangato i vecchi tempi e aver bevuto alcune pinte di birra, ci sfidammo in un’originale gara di storielle. Chi perdeva, avrebbe dovuto pagare tutte le ordinazioni. Arrivammo a un momento di stanchezza estrema. Io ero disposto a darmi vinto pur di uscire all’aria fresca, tra i ritardatari di Notting Hill. Ma il mio amico voleva avere l’ultima parola. Ancora una, insisteva. Per non tirarla troppo in lungo, accettai di ascoltarlo. Lui attaccò.

«Avanti».

L’uomo esitò un istante prima di fare come gli era stato detto. Si passò le mani tra i capelli. Scoprì così che la basetta destra era ancora intrisa di schiuma da barba. Finì di pulirsi, poi varcò la soglia. Per accedere all’ingresso aveva scalato un paio di gradini alti e ora doveva discenderne altri quattro scolpiti nella pietra più antica. La stanza risultava tanto stretta e lunga da sembrare un corridoio. Una luce scarna filtrava da una finestrella a losanga, priva di tende, incastonata nel muro.

«Permesso». «Chiuda la porta, venga», lo incalzò la voce di prima. Proveniva da una zona ancor più buia.

Avanzando, l’uomo notò una panca in legno, su cui andò a sedersi quasi in spigolo. Abituando gli occhi all’ambiente scorse un’ombra più scura nella penombra. La voce proveniva da là.

«Paura?» gli domandò.

Eccome pensò l’uomo, ma non lo ammise ad alta voce.

«Paura?». Questa volta l’uomo scosse la testa, abbozzando una specie di sorriso.

«Allora dica. Dica pure».

L’uomo cominciò a parlare. Parlò a lungo. Mentre li enunciava, si accorgeva che i pensieri venivano spazzati via, come un turbine di foglie morte sol-levate dal vento.

«Bravo, senza interruzioni e ripensamenti – si complimentò la voce. – Spesso la gente inciampa nel filo del discorso» proseguì in tono divertito. Senza aggiungere una parola la fosca figura si levò in piedi. Non salutò. Si allontanò soltanto, andando a svanire del tutto nell’oscurità fitta e densa che stagnava in fondo alla stanza. L’uomo rimase seduto un minuto, un’ora, un giorno. Non avrebbe potuto spiegarlo con certezza. Poi, forse per curiosità, o solo perché non gli rimaneva altro da fare, si alzò a sua volta per accomodarsi laddove prima era stato il suo interlocutore. Si guardò intorno. Quasi senza accorgersene, sentì la sua voce chiamare: «Avanti». Qualche secondo di assoluto silenzio e la porta si schiuse. «Permesso». «Chiuda la porta, venga – disse l’uomo, poco più di un’ombra sul lato lontano della panca».

«Allora - chiese il mio amico alla fine. Non te l’aspettavi vero? Adesso è il tuo turno, se hai ancora una cartuccia da sparare». Nonostante l’alcool, il caldo e l’ora, non mollai l’osso. Anzi, intendevo ripagarlo con uguale moneta. Così iniziai: «Le storie migliori le ho sentite standomene seduto, magari davanti a una tavola imbandita».