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EDITORIALE

La felice discordia di Salvini e Di Maio

di Vittorio Testa -

18 settembre 2018, 14:34

La felice discordia di Salvini e Di Maio

Sì alla flat tax «purché non sia un favore ai ricchi». Sì al reddito di cittadinanza «a patto che non sia un premio ai fannulloni». «La pace fiscale? Sì, ma che non sia un condono». Divisi e d’accordo su tutto, viaggiano in perfetta concordia discorde Matteo Salvini e Luigi Di Maio. I due vicepremier hanno instaurato una diarchia, relegando il presidente del Consiglio, Conte, al ruolo di moderatore rassicurante circa la tenuta del governo. Quotidianamente in gara oratoria su giornali, tv e social, i diarchi piacciono alla maggioranza degli italiani: i sondaggi d’opinione indicano una primazia della Lega di Salvini con più del 30 per cento di consensi; una flessione del M5S dal 32 per cento al 29, ma con Di Maio in ascesa in quanto a stima e popolarità. Prodighi di reciproci elogi, i due giovani “uomini nuovi” della politica assommano il 60 per cento del favore popolare e garantiscono che l’alleanza durerà per tutta l’intera legislatura. Di fatto sono obbligati a stare insieme: primo, perché anche in caso di crisi Mattarella non scioglierebbe certo le Camere proprio a ridosso della manovra da 28-30 miliardi; secondo, perché ora Salvini ha ricucito lo strappo con Silvio Berlusconi e in caso di elezioni anticipate il centrodestra riunito supererebbe il 40 per cento; terzo, perché il declino del Pd è tale da sembrare irreversibile e comunque da non poter costruire un valida alternativa di governo.

In questa situazione di democrazia bloccata dall’impossibilità dell’alternanza – per scelta legittima del voto degli italiani e delle scelte dei loro eletti – il ruolo dell’opposizione è pressoché nullo per via della crisi del Pd e dell’esiguità delle forze di sinistra. Paradossalmente l’opposizione è consustanziale alla stessa maggioranza: a turno la Lega si oppone al M5S e viceversa un po’ su tutto: manovra, tasse, grandi opere, sbarchi di migranti, voto opposto sulle sanzioni europee al governo ungherese, ruolo della magistratura, ricostruzione del ponte Morandi. Per quanto riguarda la magistratura, le iniziative sulla famosa questione del sequestro dei fondi alla Lega e il procedimento contro Salvini per il caso Diciotti hanno suscitato un impressionante moto di solidarietà nei confronti del leader leghista. E come se non bastasse, le accuse del ministro lussemburghese Asselborn a Salvini («Usa metodi fascisti») hanno rinfocolato l’astio di buona parte dell’opinione pubblica contro tutto ciò che abbia una benché minima e più disparata etichetta europea: quell’Europa che i diarchi accusano d’ogni nefandezza, minacciando sfracelli e poi delegando al premier o al ministro Tria il compito di rassicurare Bruxelles sulle reali intenzioni, rispettosissime dei limiti di bilancio e spesa pubblica. Ormai diventati ospiti televisivi fissi delle stanze ove si costruisce il vero consenso elettorale, in primis la tv del pomeriggio, vedi domenica la «performance» del monologante Salvini dalla D’Urso, i diarchi hanno trascinato il consenso per il governo al 62 per cento. Mai concordia discorde fu più gradita.

vittorio.testa@comesermail.it