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EDITORIALE

I «like», la morte e il valore della vita

di Patrizia Ginepri -

26 settembre 2018, 16:30

I «like», la morte e il valore della vita

Andrea è solo l'ultimo di una lunga serie, morto a 15anni per un selfie estremo. La prima domanda è: perché alle dieci di sera un gruppo di ragazzi decide di salire sul tetto di un centro commerciale per scattarsi foto ad alto rischio? Più che un gesto temerario sembra una disperata richiesta d’attenzione, in un mondo a getto continuo che celebra, premia, emargina e uccide con un clic. Se sfidi il buon gusto, il rispetto degli altri e soprattutto il rispetto di te stesso, arrivano valanghe di «like». Ma la vita vale i famosi 15 minuti di celebrità, per dirla alla Andy Warhol? Nell'era del narcisismo e del relativismo spicciolo manca anche la consapevolezza del rischio. Non esiste, in sostanza, una reale percezione dei propri limiti. Sbagliano in buona fede anche i genitori, nell’illogica e illusoria volontà di proteggere i figli. Se non si impara, ad esempio, che la morte non si può «resettare» come succede in un videogame, si alimenta un'insana sfida. E’ una questione di valori, di costruzione di un modello di sé in cui vengono contemplate anche visioni interiori e spirituali della vita, che assegnano alle cose fondamentali del nostro essere il giusto gradino. Occorre avere un gran rispetto della vita. Tante persone, anche giovani, soffrono e lottano per non morire e con loro i familiari; un po' di volontariato in ospedale sarebbe il miglior gesto estremo, per capire quanto siamo fortunati, con o senza «like».