Sei in Archivio

EDITORIALE

Trovare un senso in mezzo alla bufera

di Michele Brambilla -

07 ottobre 2018, 15:36

Trovare un senso in mezzo alla bufera

Viviamo un periodo di
grande incertezza. Non sappiamo se l’Italia resterà o meno in Europa, anzi non sappiamo neppure se esisterà ancora, fra qualche mese, un’Unione Europea. C’è chi ipotizza che i risparmi della maggior parte degli italiani verranno polverizzati a causa del debito pubblico, e per la prima volta nella storia si parla perfino di un possibile fallimento dello Stato. Dal generale al particolare, molte famiglie arrivano alla fine del mese con fatica, soprattutto per la difficoltà dei giovani nel trovare lavoro. Si può essere d’accordo o no sul reddito di cittadinanza (personalmente, non lo sono) ma è un dato di fatto che molti nostri concittadini vivano in povertà. La tecnologia ha fatto perdere milioni di posti di lavoro e cancellato per sempre mestieri antichi. Da molti decenni non vivevamo una tale sensazione di precarietà: una tale difficoltà nell’immaginare il nostro futuro.
Ci si augura che la politica e l’economia sappiano trovare rimedio a tutti questi problemi: ma, nel frattempo, forse è opportuno che ciascuno di noi sappia trarre dal tempo che attraversiamo un insegnamento (personale e umano) più profondo. Ho utilizzato il termine “opportuno” non a caso: le crisi, i passaggi, perfino le sofferenze e il dolore, possono essere spesso, anzi sempre, un’opportunità. C’è una donna, che si chiama Mariangela, che ha inviato a Repubblica una lettera straordinaria. I suoi bambini, Bruno e Sofia, sono condannati da un cancro al cervello e da una sindrome terribile. «Ho desiderato morire», scrive Mariangela, e non c’è genitore che non possa capirla. «Ma ora», scrive ancora, «devo vivere. E per vivere, e per lottare, e per sperare, devo trovare il bello. Devo trasformare il mio dolore in possibilità». Ecco l’urgenza, l’esigenza di «cogliere in mezzo alla bufera qualcosa che ne dia un senso». Ecco anche il saper prendere, gustare, assaporare la nostra vita “qui e ora”, senza rinviare sempre la nostra speranza di felicità in un domani condizionato a una serie di “se”. Se andrà bene questa cosa, se riuscirò a ottenere questo, se cambierà quest’altra cosa. Se, se, se. Ripartiamo dal “qui ed ora”, dice Mariangela che così vive adesso - adesso! - la presenza, la vita dei suoi figli: «Mi soffermo sul loro odore, capelli, pelle. Me li vivo, oggi». E da qui la capacità di scoprire il positivo che c’è, di saperlo apprezzare: l’amore di suo marito e dei nonni, la sua salute, «il cielo meraviglioso dopo una giornata di inferno». E, per tutto questo, saper ringraziare.
Non c’è ricchezza più grande di questa: saper cogliere il bello, il positivo che c’è, e saper ringraziare. Mi diceva ieri un mio amico che lavora per una grande azienda americana che ha organizzato un evento per i suoi clienti più facoltosi in uno dei paradisi delle vacanze. La pioggia ha rovinato l’evento, 

sconvoltoil
programma, e si vedeva un gran malcontento degli ospiti, una loro voglia di scappare al più presto da quell’inconveniente, da quella delusione, da quella scocciatura di restare in albergo. «Io sono rimasto alla finestra a guardare la pioggia e a gustarmi ogni goccia che cadeva, a godermi la vita anche così, e non farei cambio con nessun patrimonio a nove zeri».

Saper cogliere il bello qui ed ora non vuol dire essere incoscienti e non pensare al futuro. Vuol dire però non rimuovere nevroticamente il presente. Ho scritto, all’inizio, che viviamo un periodo di grande ”incertezza”. Avrei dovuto scrivere “insicurezza”. Perché quello che ci sembra mancare oggi è una sicurezza sul futuro. Ma il nostro errore è che ci siamo costruiti troppe finte sicurezze: economiche, di carriera, di rapporti, perfino di salute. La vita invece non può garantire alcuna sicurezza, come insegna la vicenda di Mariangela. Quello che ci permette di affrontare il difficile mestiere di vivere non deve essere una sicurezza, ma una certezza. Sono due cose diverse. È la certezza di un senso, di una presenza buona, di un destino buono. È l’avvertire questo che ci salva. E i periodi di crisi, di instabilità, di tanti punti di domanda, ci possono aiutare a riscoprire questa presenza di una realtà e di un destino senza i quali nulla avrebbe senso, neanche la risoluzione di una crisi economica, neanche la guarigione da una malattia.

michele.brambilla@gazzettadiparma.it