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EDITORIALE

Perché fidarsi (ancora) dell'ospedale di Parma

di Michele Brambilla -

14 ottobre 2018, 15:35

Perché fidarsi (ancora) dell'ospedale di Parma

Possiamo ancora fidarci dell’ospedale di Parma, dopo le inchieste Pasimafi e Conquibus? Mercoledì scorso il direttore generale Massimo Fabi, parlando davanti a circa quattrocento dipendenti preoccupati, ha detto fra l’altro che fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce. È un vecchio detto, tante volte e in tante occasioni ripetuto, ma non per questo meno vero.
È certo che l’ospedale di Parma sia una foresta che cresce, con tanti reparti che funzionano benissimo e tanti professionisti che vi lavorano con serietà, competenza, dedizione: tanti professionisti che non guardano mai l’orologio. È altrettanto certo che in questi ultimi anni tanti passi in avanti siano stati compiuti (Fabi li ha ricordati, nel discorso di mercoledì). Eppure, bastano poche persone che sbagliano (sul “se” e sul “come” deciderà la magistratura) per ingenerare una diffusa sensazione di negatività, di preoccupazione. Sono preoccupati, per primi, i medici dell’ospedale: preoccupati dal fatto che possano essere preoccupati i pazienti, se mi si passa il gioco di parole. Perché? Perché nell’immagine collettiva un errore prevale su mille cose buone? Perché è vero che «fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce».
Ogni tanto qualche lettore mi scrive: voi della Gazzetta date spazio solo alle brutte notizie, alle cose negative. Non è vero, anzi da un punto di vista quantitativoè clamorosamente vero il contrario. La maggior parte delle nostre pagine è riempita da buone notizie, o quantomeno da cronache di vita normale: la cosiddetta cronaca bianca, l’economia, lo sport, gli spettacoli, la cultura, il volontariato, le feste, le fiere, i viaggi. Anche per quanto riguarda l’ospedale, di ogni intervento difficile eseguito con successo a Parma diamo notizia, delle nuove iniziative per i pazienti diamo notizia, di ogni eccellenza (e ce ne sono tante) diamo notizia. La verità è che i lettori, compresi quelli che mi scrivono dicendo che diamo solo cattive notizie, sono portati a fermare l’attenzione appunto solo, o innanzitutto, su quelle, sulle cattive notizie. È naturale che sia così. Perché, appunto, «fa più rumore...».
Questo vale per tante categorie umane. I medici venduti alle case farmaceutiche, i preti pedofili, i politici corrotti, i giornalisti contaballe, i commercianti evasori fiscali, i banchieri usurai, e così via. Si divide l’umanità in categorie, senza considerare che ciascuno è innanzitutto se stesso. E senza considerare che non solo non tutti i medici sono venduti, non tutti i politici sono corrotti eccetera: ma anche senza considerare che pure ogni singola persona non è, non può essere “sempre” onesto o disonesto. «La linea di demarcazione fra il bene e il male non è fra un gruppo di uomini e un altro gruppo di uomini, ma all’interno del cuore di ciascun uomo», diceva sant’Agostino.
Dubitare dell’ospedale di Parma è irragionevole: e, mi permetto di dire senza voler offendere nessuno, chi dubita non sa o finge di non sapere che cosa sono e come funzionano gli ospedali di gran parte delle altre regioni italiane. La sanità emiliana è una delle migliori del Paese, prova ne sia che molti vengono da fuori per farsi curare qui, qui a Parma voglio dire. Sarebbe contraddittorio se proprio chi vive qui non avesse fiducia nel suo ospedale, dico “suo” perché un ospedale appartiene a tutta la comunità.
PS: Il 9 aprile scorso, un lunedì, mi sono rotto in più punti una gamba. L’ambulanza mi ha portato al Gaetano Pini, dove mi hanno ricoverato verso le nove di sera. La mattina dopo, il primario del mio reparto è stato arrestato con accuse simili a quelle mosse nell’inchiesta Conquibus. Qualcuno mi ha suggerito di firmare e di cambiare ospedale. Non l’ho fatto, perché il Gaetano Pini è uno dei migliori ospedali ortopedici di Milano, e tale restava anche se un suo medico era agli arresti. Sono rimasto, e la mattina di mercoledì sono stato operato da un allievo del primario arrestato. Mi sono fidato, e credo che la mia fiducia sia stata ragionevole. La stessa ragionevolezza che penso debba avere oggi chi si rivolge all’ospedale di Parma.

michele.brambilla@gazzettadiparma.it