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EDITORIALE

Non si può pensare solo agli impegni elettorali

di Domenico Cacopardo -

16 ottobre 2018, 17:34

Non si può pensare solo agli impegni elettorali

Vinte le elezioni e giunti al potere, 5 Stelle e Lega (i cui programmi sono molto più compatibili tra loro di quanto si pensasse) non hanno imboccato la via della responsabilità scelta da tutti i governi italiani dal 1861 a ieri (a parte l’interruzione fascista), cioè di conformare l’attuazione dei programmi elettorali alle concrete possibilità concesse dalla situazione del Paese (finanza pubblica, bilancio, economia, esigenze sociali). Hanno deciso di onorare integralmente le promesse formulate prima del 4 marzo, dal reddito di cittadinanza (una frase, non di più) alla flat tax e al condono fiscale mascherato, sino a trovarsi, in questi giorni, incastrati tra tre vincoli contraddittori: gli impegni elettorali; il deficit e il debito pubblico; l’Unione europea.
Partiamo da quest’ultimo, che, in definitiva, è il più conflittuale, dato che ha una caratteristica specifica, quella dell’insuperabilità, a meno di un cedimento delle autorità comunitarie. Il vicepresidente Di Maio afferma che non si piegherà ai numerini. I numerini, invece, sono miliardi, cioè un dato di fatto inoppugnabile al quale non si può opporre nient’altro che l’illusione del rifiuto della realtà. Il presidente del consiglio Conte e il ministro dell’economia Tria continuano a ripetere che intendono spiegare a Bruxelles le ragioni che presiedono all’aggiornamento del Def e, quindi, alla nuova legge di stabilità.
Sanno bene che non c’è nulla da spiegare: i numerini sono in contrasto con il «Fiscal compact» e un’altra paccata di accordi sottoscritti (e ratificati) dalla Repubblica italiana, non da rappresentanti senza poteri. E sono altresì in contrasto con le intese raggiunte negli anni scorsi che avevano lo scopo di garantire la continuità di un percorso verso il pareggio di bilancio e il rientro (lento, ma sicuro) dal debito. Una continuità decisa e accettata dalle parti nell’interesse italiano e comunitario, giacché il sistema, dopo tanti anni, ha raggiunto un livello di integrazione tale da determinare la traslazione ai partner degli effetti negativi che si manifestano in uno stato. Una contiguità ormai infrangibile, a meno di svolte traumatiche come la Brexit (i cui effetti non si sono ancora diffusi).
Nei giorni scorsi, Mattarella ha visto Draghi, in un incontro privato, tuttavia reso pubblico e ufficiale. Immaginabile l’argomento: i rischi per l’Italia e l’Unione della manovra delineata dal governo Conte. E, sabato scorso, proprio Mario Draghi, l’italiano alla testa dell’istituzione più potente d’Europa, ha suggerito di abbassare i toni e di cercare un compromesso.
Le ultime notizie, provenienti dal consiglio dei ministri di ieri, non danno speranze. La ragionevolezza non sembra insinuarsi nella mente di Salvini&Di Maio, presi da una sorta di gara sulla fermezza rispetto alle indicazioni europee e non solo, visto che una serie di autorità indipendenti nazionali (Corte dei conti, Banca d’Italia, Inps) hanno dimostrato incongruenze e criticità del Def aggiornato.
Poiché i tre vincoli (promesse, finanza pubblica, Europa) non sono contemporaneamente rispettabili, il governo sembra avere compiuto la sua scelta: ne rispetterà uno solo: gli impegni elettorali. Al diavolo bilancio e debito pubblico nazionali. Al diavolo i vincoli europei. Al diavolo i rischi per gli italiani, consumatori, dipendenti pubblici e privati, imprenditori.
Se lassù qualcuno ci ama, prima della fine di questa assurda storia, qualcun altro, tra Palazzo Chigi, Viminale e via Veneto (ministero del Lavoro), dovrebbe rinsavire.