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EDITORIALE

Aspettavamo meno tasse, è arrivato un condono

di Aldo Tagliaferro -

17 ottobre 2018, 15:12

Aspettavamo meno tasse, è arrivato un condono

«Le scelte lessicali sono libere». L'autoproclamato «avvocato del popolo» Giuseppe Conte ha risposto così ai giornalisti curiosi di sapere se la «pace fiscale» introdotta nella manovra sia un condono. «Voi chiamatela come volete. Noi la chiamiamo definizione agevolata» ha aggiunto. Non una grande arringa difensiva, del resto è difficile negare l'evidenza di un condono bello e buono.
Riassumendo: lo stralcio per le cartelle fino a 1000 euro significa che aveva ragione chi non ha pagato canone Rai, multe, sanzioni eccetera. Per sanare il pregresso di chi ha già presentato la dichiarazione basta un bel 20% e amici come prima. E poi chi ha fatto del nero potrà farlo angelicamente riemergere (ma solo fino a un massimo del 30% rispetto a quanto dichiarato e comunque non oltre i 100mila euro) anche se dubitiamo fortemente che ci sarà la ressa...
In un Paese nel quale l'economia sommersa e illegale è certificata dall'Istat al 12,4% del Pil (210 miliardi) c'era bisogno di tirare l'ennesimo colpo di spugna? Chiamiamolo scudo, sanatoria, concordato, voluntary disclosure, mettiamoci l'aggettivo tombale, fiscale o valutario ma sempre un condono resta. Come ai tempi della Dc, di Berlusconi e Monti, dei governi Pd. Con i suoi pro - perché può permettere a qualcuno di rimettersi in piedi dopo anni difficili - ma soprattutto i suoi contro, ovvero la natura di una tantum che non risolve mai i problemi ma li rincorre. E infatti è dal 1973 che si condona.

Ma questo non doveva essere il governo del «cambiamento»? Ci saremmo attesi una svolta vera, non una flat tax che non è flat (dimenticavamo: le scelte lessicali sono libere...) e accontenta qualche migliaio di partite Iva ma nemmeno sfiora 7 milioni di dipendenti e pensionati. E' vero che viene scongiurato l'aumento dell'Iva e che, se confermato, c'è un benedetto taglio dell'aliquota Ires sugli utili reinvestiti, ma il Draft Budgetary Plan inviato a Bruxelles dal governo dice che la pressione fiscale 2018 è al 41,8% del Pil (appena meno del 42,2% del 2017) e non cambierà di una virgola l'anno prossimo. I cittadini e le imprese chiedono meno tasse, meno burocrazia, più equità e maggiore semplificazione (nel Financial Complexity Index siamo quarti al mondo...). Questo sì sarebbe un vero cambiamento.