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EDITORIALE

Lo show in tv di Di Maio fa traballare il governo

di Vittorio Testa -

19 ottobre 2018, 16:15

Lo show in tv di Di Maio fa traballare il governo

Qualcosa anzi moltissimo non quadra nella sconquassante esibizione televisiva di Luigi Di Maio denunciante una “manina o politica o tecnica”, cioè o la Lega o i funzionari del ministero, responsabile d’aver introdotto di soppiatto norme scandalosamente favorevoli persino ai riciclatori di denaro nel decreto legge sulla pace fiscale messo a punto dal Consiglio dei ministri, del quale ovviamente fa parte il vicepresidente e ministro leader del Movimento 5Stelle, e giunto a suo dire alterato alla firma del presidente della Repubblica.

La smentita, immediata, da parte di Mattarella ha sortito una reazione imbarazzata di un Di Maio pronto a dire che in tal caso, meglio così, si sarebbero potute stralciare le da lui giudicate scandalose aggiunte di straforo. Un comportamento, quello del leader Pentastellato, che non convince per nulla. Aveva la prova dell’avvenuta alterazione del decreto? Evidentemente no: altrimenti le avrebbe sciorinate immediatamente. E dunque a che pro questa uscita devastante di un vicepresidente del Consiglio che insinua sospetti sull’alleato e sugli uffici ministeriali? Possibile che un vicepremier non sia a conoscenza dell’avvenuta ricezione o meno di un così importante decreto legge da parte del Quirinale? Ma ammettiamo che Di Maio sia stato tratto in inganno da voci inesatte o interessate su questa presunta anomalia di questo benedetto decreto: e un vicepresidente ministro con la testa sulle spalle che fa? Non convoca immediatamente un Consiglio durante il quale esige un chiarimento definitivo o mette in moto un’indagine per appurare le responsabilità? O quanto meno si mette subito in contatto con il suo omologo Matteo Salvini, il parigrado leghista, per stabilire una linea di condotta, una strategia comune. Macché, nossignori: via in tv da Bruno Vespa, astuto e sogghignante, a denunciare propagandisticamente il misfatto: un'enormità comportamentale che mai si era vista prima d’ora nella storia repubblicana.

La politica è l’arte del possibile e dell’impossibile: ma dopo questo exploit a Porta a Porta niente sarà più come prima tra la Lega e il Movimento 5 Stelle: anche perché via via che passano le ore il comportamento di Di Maio viene interpretato in maniere piuttosto convincenti. Il sottosegretario leghista all’Economia Massimo Garavaglia non ha dubbi: «Il testo del documento era noto a tutti da più giorni…».
Era tutto chiaro, scritto nero su bianco, il decreto sulla pace fiscale: norme del condono, scudo di non punibilità per il rientro di capitali all’estero. E nessuno aveva avuto da eccepire. Silenzio. Poi il botto mediatico di Luigi Di Maio, sedicente ignaro di un condono inviso alla «sinistra» M5S di Roberto Fico e a gran parte della base dura e pura, oltretutto insorgente contro gli ondeggiamenti possibilisti dei vertici su Tav e gasdotto Tap.
E infine la spasmodica gara a contrastare nei sondaggi il sovrastante primato Salvini: una gara folle che potrebbe far traballare il governo.