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EDITORIALE

La dura legge del rating

di Aldo Tagliaferro -

22 ottobre 2018, 20:58

La dura legge del rating

Il 20 agosto, quando gli ombrelloni erano ancora aperti e il governo in carica da tre mesi viaggiava sulle ali della propaganda (a dire il vero siamo in otttobre e il volo continua...), l'agenzia di rating Moody's rinviò il giudizio sull'Italia per fine ottobre in attesa della pubblicazione del Def. Come sempre accade in Italia - dove verba volant e tutto passa allegramente in cavalleria - il rinvio fu interpretato come una mezza promozione nei confronti del governo. Così delle agenzie di rating abbiamo smesso di preoccuparci per un po'. L'Italia «comprò» tempo, che però non è una cambiale in bianco, prima o poi presenta il conto: che è arrivato venerdì sera.

Purtroppo è solo l'inizio. Perché venerdì prossimo è atteso il giudizio di Standard & Poor's mentre Fitch già il 31 agosto pur confermando il nostro rating a BBB aveva rivisto al ribasso il nostro «outlook» (la prospettiva) da stabile a negativo. Per cui, l'avviso ai naviganti è che meglio tenere aperto l'ombrello.
Ovviamente sabato sono arrivate le critiche a Moody's: dal solito Di Maio che ha accolto «con un sorriso» (parole sue) il downgrade - non pago per la sceneggiata degna di Totò e Peppino andata in onda sul condono per capitali esportati, la depenalizzazione del riciclaggio, la relativa «manina» e il «volemose bene» del Cdm riparatore del weekend - fino all'opposizione targata Meloni che se l'è presa con Moody's per la vicenda dei mutui Usa.
Ora, tanto per mettere i puntini sulle i: le agenzie di rating hanno sbagliato spesso in passato e hanno dei palesi conflitti di interessi per quanto riguarda i soggetti privati (che per l'appunto pagano i servizi alle agenzie) ma sui giudizi relativi agli Stati si limitano a «leggere» i numeri - peraltro pubblici - e guarda caso i giudizi di tutte le agenzie, comprese quelle cinesi, convergono sui fondamentali di un Paese sempre in affanno come il nostro.

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Siccome va di moda l'idea del "tirare dritto" a prescindere dai giudizi di Bankitalia, Corte dei Conti, Bruxelles, Fmi, agenzie di rating (notoriamente tutte in combutta contro l'Italia perché non hanno di meglio da fare) forse è meglio ricordare ai naviganti giallo-verdi che Moody's ci ha posizionato a un solo "notch" (gradino) dal livello "spazzatura", che come indica il nome non promette nulla di buono. Tanto per cominciare in caso di livello "junk" - al momento scongiurato, nonostante l'utilizzo allegro delle finanze pubbliche da parte dell'esecutivo, grazie alla solidità delle nostre imprese e alla forte predisposizione al risparmio da parte degli italiani - molti dei grandi fondi non potrebbero più tenere in portafoglio titoli di Stato italiani, innescando una disastrosa vendita di asset del Belpaese. Per fare due conti: Goldman Sachs prevede vendite di Btp per 100 miliardi di euro in caso di rating spazzatura. Non solo: potenzialmente gli investitori interessati italiani hanno in mano oltre 400 mld di euro di titoli italiani e i gestori internazionali qualche briciola in meno.

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E' fin troppo ovvio che le conseguenze sui mercati, con Piazza Affari sta scendendo da quattro settimane consecutive, sarebbero disastrose: più ci si allontana dalla tripla A e più il governo deve sborsare come rendimento per convincere gli investitori a rimanere sui propri titoli. E infatti nel weekend i rappresentanti del governo, dal contraddittorio ministro Savona agli ineffabili Conte e Di Maio, tutti si sono affrettati a rassicurare sulla volontà di restare nell'euro e sulla sostenibilità del nostro debito pubblico.
Ma i mercati non vogliono sentire giustificazioni tardive, preferiscono guardare alla realtà dei fatti. E - al netto del teatrino sulla «manina» - quello che leggono nella manovra finanziaria è un'attenzione tutta politica alle promesse della campagna elettorale e ben poca attenzione al vero motore del Paese, ovvero le imprese. E - per dirne una - aver depotenziato gli investimenti per l'industria 4.0 non è un segnale positivo. Né per il Paese né per i mercati.