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EDITORIALE

La manovra del governo non fa i conti con la realtà

di Domenico Cacopardo -

25 ottobre 2018, 16:10

La manovra del governo  non fa i conti con la realtà

Ancora venerdì scorso, molti ritenevano che il treno si sarebbe fermato. Invece no, corre sempre più celermente verso i respingenti di un binario morto. I nostri lettori lo sanno bene: l’incremento del deficit previsto nella (ironia delle parole) «legge di stabilità» per ottenere risorse da distribuire ai cittadini italiani sotto forma di reddito di cittadinanza o di riforma delle pensioni, è stato già mangiato in modo significativo dall’aumento dello «spread», dalla fuga di capitali e dai cresciuti ostacoli alla erogazione di credito. I punti sono due ed evidenti: utilizzare il deficit per investimenti produttivi è operazione che può creare ricchezza e, quindi, accrescere il Pil (attenuando il debito). L’Italia invece ha chiesto all’Europa di ampliare il proprio deficit per misure sociali, il cui ritorno (consumi che accrescono la domanda di beni) è del tutto aleatorio. Si sostiene che in Europa quasi tutte le nazioni hanno uno strumento di contrasto alla povertà derivante dalla crisi del 2008 e dalle difficoltà della globalizzazione. A parte il fatto che gli altri non hanno il debito italiano, si tratta di misure ben diverse da quella ipotizzata dal governo giallo-verde e traguardate al recupero lavorativo di chi è escluso. La nostra è una scelta in danno delle generazioni future, con effetti devastanti anche su di noi, verificabili in breve tempo. Prigionieri della demagogia sviluppata negli anni scorsi, 5Stelle e leghisti rimangono ancorati a slogan e a idee che la realtà ha da tempo smentito.
E se nel caso della Tap (ancora, peraltro, da vedere) il via libera potrebbe essere un segno di ravvedimento, in tutti gli altri, compresa la gronda genovese, il Terzo valico e il Traforo del Brennero, appare insuperabile il rifiuto grillino di andare avanti.
Paghiamo l’assenza di cultura industriale –oltre a cultura «tout-court»- dei dirigenti politici del Paese.
Anche se condividessi l’idea di Salvini & Di Maio di un grande complotto internazionale, manovrato da Soros e, magari, dalla Spectre, ci sarebbero gli antichi proverbi a farmi riflettere: «Se gira voce che l’oste annacqua il vino gli avventori disertano l’osteria». È il caso nostro: si è diffusa la notizia che i titoli di debito italiano abbiano un rischio elevato. Vero o falso che sia, il risultato è stabilito: chi ne ha tende a vendere, chi voleva comprare non compra più.
Il presidente del consiglio, i vicepresidenti e il ministro dell’economia si sbracciano a sostenere l’affidabilità dell’Italia. Hanno dimenticato il detto: «Non domandare all’oste se ha buon vino». Con le loro affermazioni hanno di fatto confermato la sensazione di inaffidabilità.
Dato che «A debito non si canta messa», occorre ricordare che l’attuale livello di rating italiano è appena al di sopra del «junk rating»: lo stadio subito prima di diventare «spazzatura». Dato che non possiamo stampare carta moneta, le conseguenze sono immaginabili.
La realtà è una vecchia strega che, alla fine, Soros o non Soros, ce l’ha sempre vinta.

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