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DRAMMA ALZHEIMER

Tragedia di Langhirano, Pupi Avati: «Un gesto di forza tremenda dato da un amore straordinario»

27 ottobre 2018, 07:01

Tragedia di Langhirano, Pupi Avati: «Un gesto di forza tremenda dato da un amore straordinario»

PUPI AVATI

Mara Pedrabissi

Cosa sentirebbe di dire a Morena, doppiamente vittima in quanto doppiamente orfana, della madre e del padre omicida-suicida? «Forse parrò scandaloso, ma è questa una straordinaria storia d'amore. L'amore di un uomo, che non tollera più di vedere la moglie degradarsi giorno dopo giorno, e si impone un gesto di forza tremenda. Immagino quante volte l'abbia premeditato e, infine, ritenuto indispensabile».

Pupi Avati, 79 anni, è maestro di cinema e di vita, nella misura in cui la finzione dello schermo fotografa, se non precorre, gli accadimenti della realtà.

Succede in «Una sconfinata giovinezza», bellissima quanto poco popolare pellicola del 2010, in cui il regista bolognese racconta una struggente storia d'amore e alzheimer. Lui (Fabrizio Bentivoglio) e lei (Francesca Neri) sono una bella coppia, unita da tanti anni di matrimonio e dalla assenza più acuta presenza del figlio che non è mai arrivato. Finché un giorno sarà proprio lui a regredire, a tornare quel bambino che lei dovrà dolorosamente accudire...

Maestro, lei ha affrontato il tema dell'alzheimer anni fa, quasi anticipando i tempi dell'attuale emergenza...

«In verità non così tanto perché già allora erano riconosciuti 750mila casi di persone nelle varie fasi del progressivo aggravarsi della patologia. Avevo vissuto di riflesso una situazione analoga con mia suocera, avevo visto quello che aveva patito mia moglie. Perché l'alzheimer è la malattia dei parenti. Mia suocera era diventata assente, aggressiva; l'unico momento in cui recuperava un barlume di verità con la figlia è quando questa la stringeva, forte forte, e le diceva “Mamma sono io, sono Lia. Ti voglio bene, ti voglio bene”. Ecco, questa dichiarazione d'amore faceva sì che questa persona si ridestasse, per qualche attimo, dall'incubo che stava vivendo. Lì ho capito che l'unica cura, se cura si può dire, è l'affetto. Ho deciso di raccontarlo in un film».

Come ha preparato la sceneggiatura?

«Ho avuto un'ottima consulente, Luisa Bartorelli, tra le massime esperte in materia: è stata lei a guidarmi nelle fasi dell'aggravarsi del male del mio protagonista, dalle iniziali, ingenue dimenticanze fino al più acuto perdersi. L'ispirazione è stata, come le ho detto, il dramma familiare vissuto dall'interno, insieme alla convinzione in qualche modo di poter essere utile. Il film non ebbe successo, trattando un tema che le persone temono; a parziale risarcimento io e Bartorelli viaggiammo due anni, ospiti delle tante organizzazioni che si occupano della malattia: ci ringraziavano del messaggio d'amore che avevamo trasmesso».

Da questi incontri, che riscontro ha avuto?

«La riconoscenza. L'episodio più toccante avvenne alla Feltrinelli di Milano, quando una signora sui 50 anni mi disse: “Mi è stato diagnosticata la malattia, avrò il destino che lei ha raccontato. Io e mio marito la ringraziamo”».

Tornando al film, quali accorgimenti ha suggerito a Bentivoglio per entrare nella parte?

«E' stato un lavoro di sotto-recitazione, perché dovevamo rendere tutto il più vero possibile. Ci ha aiutato molto un libro bellissimo, regalatoci dalla Bartorelli, fatto di ritratti fotografici di malati di alzheimer, dei loro sguardi colmi di un'inquietudine che rimanda a tempi non presenti. Fabrizio si è studiato quegli sguardi».

GIGETTO FURLOTTI

Enrico Gotti

«Siamo pervasi, noi per primi, dallo sconforto, davanti a una situazione di questo genere. Ci deve essere una assunzione di responsabilità sia delle associazioni, sia delle istituzioni, ma anche dei privati. Non c’è coscienza nella città e nella provincia di quale sia la gravità di questa malattia. – dice Gigetto Furlotti, presidente di Aima, l’associazione di famigliari di persone con Alzheimer, di fronte alla tragedia di Langhirano, dove un anziano ha sparato alla moglie malata e poi si è gettato dal quarto piano - A Parma ci sono 10mila dementi, il 60% sono malati di alzheimer. È una dimensione che per forza di cose rischia di lasciare qualche famiglia ai limiti dell’assistenza».

«Non penso e non posso immaginare che la sua famiglia non facesse tutto quello che doveva fare. Ma la malattia dell’Alzheimer non è una malattia di invalidità come le altre. Non è come l’ictus, è una malattia che veramente toglie la speranza. Si ammalano sempre le famiglie. - dice il presidente dell’Aima, che è stata fondata a Parma nel 1994, ed è fra i promotori della nascita del centro di disturbi cognitivi. - Abbiamo cinque psicoterapeute che portiamo con i nostri volontari dentro le famiglie, ma il numero di malati in questa città fa diventare il compito improbo».

«Quelli accaduti a Langhirano sono gesti di disperazione, e noi non possiamo reagire solo in emergenza. L’Alzheimer è l’epidemia del terzo millennio, - continua Furlotti - non possiamo affrontarla solo con cure, ma ci vuole prevenzione, prevenzione anche con gesti concreti. Il nostro appello è alle istituzioni, ma anche al mondo dei privati, dell’imprenditoria, perché la nostra città diventi una città amica dell’alzheimer. In occasione di Parma città capitale della cultura, ci vuole un impegno forte, perché anche questo è cultura. La cultura sono valori. La musicoterapia ha grandi benefici e ottimi risultati nelle persone malate di alzheimer, in una città della musica e della cultura credo che si debba portare avanti tutto il possibile per dare sollievo, per affrontare in modo innovativo questa malattia».