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processo

"Aemilia": 2 anni a Vincenzo Iaquinta, 19 al padre

Cade l'aggravante della mafia per Vincenzo Iaquinta. I due escono dall'aula del tribunale urlando "vergogna". Il giocatore: "Non c'entriamo con la 'ndrangheta"

31 ottobre 2018, 15:21

L’ex attaccante della Juventus e della Nazionale campione del Mondo Vincenzo Iaquinta è stato condannato a due anni nel processo di 'Ndrangheta Aemilia. Per lui la Dda aveva chiesto sei anni, per reati di armi. Il padre dell’ex calciatore, Giuseppe Iaquinta, accusato di associazione mafiosa, è stato condannato invece a 19 anni. Padre e figlio se ne sono andati dall’aula del tribunale di Reggio Emilia urlando «vergogna, ridicoli» mentre è ancora in corso la lettura del dispositivo.

Vincenzo Iaquinta, fuori dal tribunale, ha dichiarato: «Il nome 'ndrangheta non sappiamo neanche cosa sia nella nostra famiglia. Non è possibile. Andremo avanti. Mi hanno rovinato la vita sul niente perché sono calabrese, perché sono di Cutro. Io ho vinto un Mondiale e sono orgoglioso di essere calabrese. Noi non abbiamo fatto niente perché con la 'ndrangheta non c'entriamo niente. Sto soffrendo come un cane per la mia famiglia e i miei bambini senza aver fatto niente». 

CADE L'AGGRAVANTE DELLA MAFIA PER VINCENZO IAQUINTA. Per Vincenzo Iaquinta, condannato a due anni nel processo Aemilia a Reggio, è caduta l’aggravante mafiosa. Lo si apprende dalla lettura del dispositivo della sentenza. L’ex attaccante campione del Mondo era accusato di aver violato articoli della legge sul "controllo delle armi", e di averlo fatto agevolando l’associazione 'ndranghetistica emiliana di cui fa parte anche il padre Giuseppe, condannato oggi a 19 anni. 
L’ex calciatore avrebbe consapevolmente ceduto o comunque lasciato nella disponibilità del padre armi legittimamente detenute (un revolver Smith&Wesson, una pistola calibro 3,57 Magnum, una pistola Kelt-tec calibro 7,65) e munizioni.
Giuseppe Iaquinta, però, aveva ricevuto un provvedimento dal prefetto di Reggio Emilia, nel 2012, che gli vietava di detenere armi e munizioni, a causa delle segnalazioni relative alla frequentazione con alcuni degli indagati. Il padre quindi rispondeva, tra l’altro, di aver illegalmente detenuto le armi nella sua casa nel Reggiano, e il figlio di avergliele consapevolmente date o lasciate nella disponibilità.