Sei in Archivio

EDITORIALE

Ma chi governa deve placare la rabbia del suo popolo

di Michele Brambilla -

04 novembre 2018, 13:37

Ma chi governa deve placare la rabbia del suo popolo

Si stava meglio quando si stava peggio? E' la domanda con cui si è chiuso, lunedì scorso alla Feltrinelli di via Farini, l'incontro con Ezio Mauro, ex direttore di Repubblica, che presentava il suo nuovo libro, L'uomo bianco (Feltrinelli). Un libro che definiremmo “preoccupato”: per il clima, il linguaggio, la paura e l'aggressività che stanno contagiando molti italiani di fronte al fenomeno dell'immigrazione. Non è un bel momento quello che stiamo vivendo, ha detto Mauro dialogando con i lettori presenti in libreria. Ma siccome la sera stessa, al Teatro Due, lo stesso Mauro sarebbe andato in scena con il suo spettacolo sul caso Moro (Il condannato), gli ho chiesto se avesse davvero un senso rimpiangere – come spesso abbiamo fatto lì, quel pomeriggio: e come spesso facciamo in molti, di questi tempi – gli anni della Prima Repubblica: considerando che furono anni segnati appunto, a lungo, dal terrorismo delle Brigate rosse e dalle bombe golpiste, dai disordini di piazza, dai pestaggi nelle scuole. E, aggiungerei, da un tenore di vita generale comunque inferiore – nonostante l'attuale crisi – a quello degli italiani di oggi.

E allora no, ha risposto Ezio Mauro: non si stava meglio quando si stava peggio. Nessuno di noi si sentirebbe, infatti, di gridare un «aridatece gli anni di piombo» simile a quell'«aridatece er puzzone» dell'immediato dopoguerra. Meglio lo spread delle pallottole.

E però, una cosa va pur detta. La situazione attuale è figlia, si dice sempre, di una rabbia popolare. Di un rancore e di un risentimento montati ad arte, dice chi è contrario ai partiti che il 4 marzo hanno raccolto la protesta. Di una rabbia giustificata dalla crisi economica e dalle malefatte dei governi precedenti, dice invece chi sostiene la svolta in atto. Comunque la si pensi, la rabbia c'è.
Ora, la domanda è la seguente: forse che negli anni Sessanta e ancor di più nei Settanta non c'erano – nel popolo – rabbia, risentimento, rancore? C'erano eccome. Ci sono sempre stati, quei sentimenti, in larghe fette di popolazione. Ma la differenza fra oggi e allora è che ai tempi della Prima Repubblica c'erano partiti che sapevano intercettare questa rabbia per gestirla, mediarla, trasformarla in proposte politiche realistiche che potessero offrire a chi protestava, se non proprio quello che desiderava, il bene possibile. Così facevano i due grandi partiti popolari – la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista – così facevano i socialisti, così faceva perfino il Movimento Sociale di Almirante, un uomo che non esitava nel definirsi fascista, ma che ammise, alla lunga, che la democrazia è un bene irrinunciabile, tanto che chi a destra aveva voglia di menare le mani (e ce n'erano parecchi) finiva nei movimenti extraparlamentari perché nel partito non trovava spazio. La stessa cosa avveniva a sinistra. C'erano gli “estremisti” perché i partiti rappresentati in parlamento gli scalmanati li isolavano. Quei partiti cercavano di attenuare la rabbia di sinistra e di destra, e di dare ai propri elettori risposte possibili.
Oggi invece ci sono politici che soffiano sul vento del rancore, gettano benzina sul fuoco del risentimento perché hanno interesse ad alimentarlo, perché è la loro stessa ragione sociale, è la loro stessa possibilità di stare al potere. Mai avevamo sentito uomini di governo usare i termini truci, insultanti usati oggi da più di un ministro; mai avevamo visto provenire, dalle istituzioni, una tale violenza verbale a commento di praticamente tutti i fatti di cronaca. E' come se si volesse tenere in vita un clima di rivolta perenne (ma contro chi e cosa, poi?), è come se l'incazzatura permanente fosse una garanzia di stabilità.
E' in questo che siamo peggiorati, dal tempo del terrorismo. Il giorno in cui rapirono Moro, le piazze si riempirono di bandiere bianche della Dc e rosse del Pci: tutti gli italiani si unirono per dire basta alla barbarie della lotta armata. Perché tutti gli italiani avevano la memoria – magari solo trasmessa dai genitori, ma viva – dell'orrore della seconda guerra mondiale e della faticosa ricostruzione, della conquista di una Costituzione, di una democrazia. Ripeto: perfino i comunisti che avevano sognato la vittoria dell'Armata Rossa e un Almirante che aveva combattuto per la Rsi si riconobbero, alla fine, in quei valori.
Sono poi i valori del bene comune, i valori dell'Italia. Questa sarebbe la prima sovranità da riconquistare.

michele.brambilla@gazzettadiparma.it