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ECONOMIA

La Brexit? Non conviene a nessuno

di Aldo Tagliaferro -

08 novembre 2018, 16:56

La Brexit?  Non conviene a nessuno

La prossima scadenza «decisiva» - almeno stando al ministro per la Brexit Dominic Raab - dovrebbe essere quella del 21 novembre. Meglio usare il condizionale: a quasi due anni e mezzo dal referendum che scosse l'Europa perché il 51,9% dei cittadini di sua Maestà votò l'uscita dall'Unione Europea, all'orizzonte della Brexit si vede poco o nulla. I negoziati tra Londra e Bruxelles iniziarono male e sono proseguiti peggio tanto che non è ancora chiaro se mai ci sarà un «deal» (decisamente più hard che soft, a questo punto) mentre l'unica certezza è che è stato comprato un po' di tempo con l'accordo per il regime transitorio fino alla fine del 2020.

Il professor Timothy Garton Ash - apprezzato storico e commentatore di questioni europee - ha definito la Brexit «l'atto di autolesionismo più tronfio e gratuito della nostra storia recente», un'affermazione confermata dalle 700mila persone scese in piazza a Londra per scandire il «remain» un paio di settimane fa, ma anche dal milione di firme raccolte in meno di tre mesi dal quotidiano Independent per chiedere un referendum bis, ipotesi invocata da molti Labour e Lib-Dem ma con poche o nulle possibilità di realizzazione. Insomma, la Gran Bretagna ha capito di aver sbagliato e lo stesso partito conservatore è dilaniato fra «hard brexiteers», possibilisti e un'ala più scettica. La questione è soprattutto politica - ovvio - e il nodo più delicato da risolvere resta il confine tra Ulster e Repubblica Irlandese sul quale Theresa May ha pasticciato non poco con il «backstop» (la rete di protezione sul confine nel caso di mancato accordo) ma sul quale ieri si è tornato a vociferare di «accordo imminente».

Detto questo, sotto il profilo economico l'incertezza non fa bene in primis al Regno Unito, ma nemmeno all'Europa: certo, Bruxelles è in posizione di forza rispetto a Londra sul dossier Brexit ma a pochi mesi dal voto di maggio ha talmente tanti fronti aperti - dalle spinte sovraniste che brinderebbero a un mancato accordo fino alla crisi del debito italiano - che l'ultima cosa che desidera è uscire ridimensionata dal braccio di ferro che si gioca sulla Manica.

Partiamo dal Regno Unito. La Bank of England prevede incrementi del Pil modesti (1,3% quest'anno, 1,7% nel 2019) ma con forti timori - spiega il Governatore Mark Carney - di uno shock in caso di «no deal», scenario che secondo S&P si tradurrebbe in 4-5 trimestri di moderata recessione e una perdita del 5,5% del Pil rispetto a un accordo con l'Europa. Non solo: la disoccupazione risalirebbe dal 4 al 7,4%, i prezzi delle case perderebbero il 10% (il 20% gli uffici londinesi) e il reddito delle famiglie si contrarrebbe di 2700 sterline l'anno fino al 2021. L'incertezza ha già messo in crisi il gruppo Jaguar Land Rover che costruisce le proprie vetture in Inghilterra: taglierà i costi per 2,5 miliardi di sterline e intanto ha già ridotto la produzione. James Dyson, re degli aspirapolvere, sta per entrare nel mondo delle auto elettriche ma anziché il suolo patrio ha scelto Singapore per la nuova avventura. Di segnali simili se ne contano decine, a malapena bilanciati da qualche eccezione come il costruttore svedese Uniti che localizzerà a Silverstone un progetto pilota. Nemmeno la City se la passa bene: le banche sono uscite con le ossa rotte dagli stress test Eba e le voci di un regime di «equivalenza» normativa e regolamentare che lasci alla piazza londinese l'accesso al mercato europeo è tutt'altro che confermata e secondo molti analisti avrebbe valore più transitorio che strutturale.

Due esempi anche per l'Europa, che non sta molto meglio: l'associazione economica tedesca DIHK (industria e Camere di commercio) ha rivisto al ribasso le stime di crescita per colpa delle incertezze sulla Brexit con un calo dell'export dal 5 al 2,8%. E che dire dei nostri prodotti agroalimentari di punta che rischiano di perdere, dopo la Brexit, il riconoscimento e la tutela sul mercato britannico? Insomma, da qualsiasi prospettiva la Brexit resta un pasticcio. Ma un accordo - per quanto raffazzonato - sarebbe preferibile allo scenario del «no deal».