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EDITORIALE

Quella spada di Damocle sul futuro di Trump

di Domenico Cacopardo -

09 novembre 2018, 15:54

Quella spada di Damocle sul futuro di Trump

Che il turno elettorale di midterm abbia - in parte - cambiato le carte in tavola, lo dimostrano i numeri. Il primo è un’affluenza che ha sfiorato il 50% degli iscritti nelle liste elettorali, risultato mai visto in Usa. Segno che le due mobilitazioni contrapposte hanno funzionato: per la Camera dei rappresentanti (in totale rinnovo, mentre per il Senato erano in ballo solo un terzo dei seggi) 51 milioni di voti democratici (+ 27 seggi) e il 51,2% contro 47 milioni per i repubblicani (-27 seggi) e il 47%.

Nei grandi numeri è presente la rabbia pro e contro Trump anche in aree sensibili, nelle quali sembrava prevedibile un suo successo. Lo si capisce osservando le elezioni dei governatori (i democratici conquistano 7 stati): nel New Mexico, investito dai problemi migratori più di altri stati, il vincitore (appunto democratico) passa con il 56,9% dei voti. Anche in Kansas e in Nevada passano i democratici. In Oregon i democratici si confermano con il 50%, mentre il repubblicano Knute Buehler si ferma al 44.

La vittoria democratica in Wisconsin (47,8%) Illinois (54%), Michigan (53,1%) e Maine (50,3%) è più un ritorno alla normalità che una novità sconvolgente. Non c’è stato il passaggio di nessuno stato dai democratici ai repubblicani. Tuttavia, governatori repubblicani sono stati eletti in Ohio e Florida, due stati cruciali per le elezioni presidenziali del 2020. Due esiti previsti, ma importanti nella disposizione delle bandierine sulla mappa Usa.

Significativo nel Wisconsin (un piccolo stato, 2.637.897 votanti) il successo di Tony Evers (per 31.000 voti) sull’uscente repubblicano Scott Walker, uno dei personaggi più importanti nel sistema di potere e di consenso intorno a Trump. Ed è da sottolineare la vittoria democratica in Michigan, con la quarantesettenne Gretchen Whitmer (53,1%) su Bill Schuette (44). Il punto caldo, però, è il cambiamento della maggioranza nella Camera. L’America torna ad avere situazioni difformi e contrastanti tra i due rami del Parlamento, situazione non nuova né insolita. Va ricordato che i poteri del presidente americano sono tali e tanti da consentirgli di governare con relativa tranquillità anche in una situazione del genere. La nuova maggioranza democratica (che cercherà di condizionare comunque la presidenza) dispone, inoltre, di un’atout: l’inchiesta affidata allo «special prosecutor» Mueller. Solo essa può cambiare lo «skyline» di Washington da qui al 2020. Certo, per l’«impeachment», è necessario il consenso del Senato. Ma la questione in mano a Mueller può diventare così grossa da scuotere seriamente l’opinione pubblica da qui al 2020. La prima mossa del presidente - rimuovere l’Attorney General (ministro di giustizia) Jeff Sessions - era da tempo prevista. Essa, però, connota il tentativo di rafforzare il campo trincerato di Trump. Quanto al futuro dell’inchiesta diretta dal consigliere speciale Robert S. Mueller III, nulla è al momento certo. Può accadere di tutto: che si sgonfi o che si gonfi sulla base di fatti che solo il presidente e l’«inner circle» conoscono. La possibile rimozione di Mueller non sarebbe altro che la dimostrazione di una oggi insospettata debolezza.

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