Sei in Archivio

Il racconto della domenica

Un posto per leggere

di Anna Maria Dadomo -

11 novembre 2018, 23:55

Un posto   per leggere

Sfogliava con curiosità i supplementi illustrati dei quotidiani. C’erano cose davvero belle da vedere. Soprattutto le case. Che spesso richiedevano anni e anni di ristrutturazione conservativa «supportata da studi importanti di architettura».
Le piaceva soffermarsi sugli interni, favorita in questo dalle fotografie a colori che corredavano il testo. Si iniziava dal «living» con gli ampi divani, le coperte ben piegate, la meticolosa (fintamente disordinata) disposizione dei cuscini, il tavolino con le ruote e i volumi d’arte (non più di tre) vicino al vaso degli immancabili tulipani piegati in riverenza verso il cristallo lucidissimo, la TV ultimo modello posta su un ripiano della libreria tra le fotografie di famiglia, le sedie «lounge» giallo canarino.
Quindi la cucina che si inseriva nella zona living non per mancanza di spazio, piuttosto per desiderio di condivisione e convivialità grazie alla parete che si apriva e scompariva per dare accesso all’area di lavoro con piano cottura a induzione (che diventava aspirante eliminando l’incombente pesantezza della cappa) piani scorrevoli a nascondere lavelli e, tocco «green» inaspettato, vaschette componibili per l’orto domestico e supporto per tablet – «amo stare in cucina, ricevere, cucinare per gli amici» (e qui la creativa, la manager, la sciura mette a bollire un uovo alla coque).
Nell’area studio il/la proprietario/a (o entrambi i coniugi) sedeva alla scrivania (ordinatissima) confortato/a nel suo creativo pensare dalla statua di un Buddha sistemata all’angolo, e riportata da uno dei numerosi viaggi compiuti in giro per il mondo o comprata (sempre un affare però) al mercatino rionale sotto casa. In camera da letto le finestre alte, la carta da parati dalla «texture» tridimensionale, gli ovvi cuscini sopra il copriletto tiratissimo, le scarpe a tacco dodici (una negligentemente rovesciata) sul tappeto marocchino Anni 40. Quindi i bagni rivestiti in marmo screziato di viola, il cabinet con infinite paia di scarpe; il giardino sulla terrazza «dove ci si affaccia per respirare l’energia della città» tra divani effetto midollino, lanterne intrecciate, innaffiatoio… Eccetera.
Sfogliava. Guardava. E ogni volta davanti a tanta perfezione la solita domanda: dove sedersi a leggere? a scrivere? Cercava in quelle case museo, in quegli appartamenti un «posto tutto per sé». E non lo trovava (quasi) mai. Rannicchiata in quell’angolo del divano? Con le tende tirate a schermare quella luce fastidiosa e aggressiva? E come zittire il brusio degli oggetti «in perenne dialogo tra loro»? Dove celarsi a quel paesaggio indisponente?
Gettava il magazine nella carta da riciclare. Con gratitudine ritrovava la poltrona (che divideva con i gatti), il cuscino sformato dall’uso, la penombra tranquilla della stanza...lì poteva leggere con autentico piacere.
E quella piccola zucca sul tavolo, così commovente, nel disordine dei fogli e dei libri, se ne stava per proprio conto, da giorni, senza infastidire.