Sei in Archivio

MUSICA

Azzurro: mezzo secolo di una canzone che suona un po' come l'inno d'Italia

di Vanni Buttasi -

14 novembre 2018, 22:41

Azzurro: mezzo secolo di una canzone che suona un po' come l'inno d'Italia

«Cerco l’estate tutto l’anno/ e all’improvviso eccola qua/ lei è partita per le spiagge/ e sono solo quassù in città/ sento fischiare sopra i tetti/ un aeroplano che se ne va»: inizia così “Azzurro”, una delle canzone più ascoltate e amate dal pubblico che quest’anno compie cinquant’anni. All’estero è addirittura gettonatissima al pari di «Nel blu dipinto di blu», da tutti conosciuta come «Volare».

Era il 1968, l’anno della contestazione giovanile e dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia, delle Olimpiadi messicane e della vittoria dell’Italia agli Europei di calcio, quando su parole di Vito Pallavicini e musica di Paolo Conte (c’è anche Michele Virano, ma non compare come firmatario presso la Siae), Adriano Celentano porta al successo questo brano che, per diverse settimane, sarà in testa alla hit parade radiofonica, storico programma presentato da Lelio Luttazzi. «Quando uscì “Azzurro” - racconta, in un’intervista, Paolo Conte, che sarà a Parma, al Teatro Regio, giovedì 22 novembre, e proprio in questi giorni ripropone il brano nel doppio album “Live in Caracalla - 50 years of Azzurro”- ci fu una levata di scudi perché andava controcorrente rispetto ai ritmi dell’epoca. Sogghignarono in molti, ma io me ne infischiavo perché avevo applicato a quella canzone degli echi poetici che fanno parte della nostra sensibilità. Fui capito dal pubblico: “Azzurro” ebbe un grande successo. Tutte le mie canzoni nascono con questo spirito: scrivere una musica un po’ fuori moda, un po’ segreta, che vada a cercare in fondo a noi le risonanze della nostra identità».

INNO D'ITALIA?

Forse, proprio su questo concetto, si può fondare il fatto che «Azzurro» più volte è stata invocata come inno nazionale. In proposito lo stesso Conte ribadisce: «Da autore mi avrebbe fatto piacere, ma avrei detto no». Ma il testo della canzone, scritto da Vito Pallavicini, uno dei più apprezzati parolieri, sembrava fatto apposta per Adriano Celentano in quanto richiama tutte le tematiche care al cantante: dall’amore all’ecologia, alla religione. E, poi, c’è quel ritornello dotato di grande carica ritmica e sonora grazie ad un originale arrangiamento orchestrale. Proprio il Molleggiato è stato l’asso nella manica del successo di «Azzurro», come conferma lo stesso Conte in un’intervista: «Lui era l’interprete ideale. Se l’avessi cantata io, non la conoscerebbe nessuno...». Troppo modesto l’avvocato di Asti conscio, però, del fatto che cinquant’anni fa pochi lo conoscevano mentre Adriano era già... Celentano: «Sempre attento - come sottolinea Dario Salvatori, giornalista, scrittore e storico della musica - a trovare la chiave giusta per tutto ciò che gli capitava tra le mani. La scintilla azzeccata in quest’occasione fu l’approccio un po’ sonnacchioso, che dava bene l’idea di tutta la malinconia e la noia nascoste dietro il ritmo incalzante di questa marcia». Poi lo stesso Salvatori aggiunge come l’incipit-manifesto “Cerco l’estate tutto l’anno/ e all’improvviso eccola qua” è in grado da solo «di rivelarci tutto lo sgomento indolente dell’uomo che è rimasto da solo a contemplare lo scorrere del tempo e il mutare delle cose».

E PENSARE CHE ERA IL LATO B

C’è anche un singolare retroscena dietro al successo di «Azzurro»: il brano figurava come lato B di «Una carezza in un pugno» ma, visto il clamoroso successo, il 45 giri fu ristampato a tracce inverse. E si confermò la canzone più venduta di tutto il 1968. «Qualche anno più tardi - ricorda ancora Salvatori - le vennero riconosciuti anche quei meriti qualitativi e stilistici che in un primo momento il successo debordante aveva messo in disparte».

DA MINA A ARBORE

Non solo Celentano e lo stesso Conte, successivamente, interpretarono «Azzurro»: così possiamo registrare le interpretazioni di Al Bano, Mina, Gianni Morandi, Mino Reitano, i Ricchi e Poveri e anche Fiorello. Dissacrante, infine, la versione proposta da Renzo Arbore nel suo film «Il Pap’Occhio»: andatela a rivedere su YouTube.