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EDITORIALE

Libia, la sfida della tregua dopo il summit di Palermo

di Domenico Cacopardo -

14 novembre 2018, 15:07

Libia, la sfida della tregua dopo il summit di Palermo

Nell’indimenticabile scenario di Villa Igiea, tempio del Liberty, s’è svolta la conferenza internazionale sulla Libia organizzata dal governo italiano.
Era stata preceduta da attese eccessive che oggi condizionano i giudizi sull’esito. Il dilemma è presto detto: il bicchiere è mezzo pieno o è mezzo vuoto?
Allo stato, non è possibile indicare il nostro livello di reale soddisfazione. Certo, qualche risultato è stato raggiunto: una tregua dichiarata da qui alle elezioni (ci sarà effettivamente? Quanto durerà?); una presa di posizione - in questo senso - del generale Haftar, l’uomo che da Bengasi rappresenta il più forte dei poteri libici; qualche affidamento sul controllo del traffico di migranti (anche qui occorrerà aspettare qualche mese); un clima, nonostante nervosismi e imprevisti, che potrebbe favorire le attività economiche, cioè produzione ed esportazione di petrolio.
Quanto a ciò che è mancato, è mancata l’Europa e non solo. Nonostante i giri per le capitali europee compiuti dal presidente del consiglio Conte, nessun capo degli stati dell’Unione è venuto. Per l’Unione Donald Tusk, presidente del consiglio europeo, e Federica Mogherini, considerati entrambi di secondo piano. Per la Germania Niels Annen, sottosegretario agli Esteri(!). Tutti segni di isolamento del nostro Paese e di sfiducia nei risultati della conferenza. Per l’Onu, il rappresentante speciale Ghassan Salamè. Presenze significative quelle di Al-Sisi, presidente egiziano, di Medvedev, capo del governo russo e Jean-Yves Le Drian, ministro degli Esteri francese. La Turchia era rappresentata dal vicepresidente Fuat Otkay e se n’è andata per protesta per non essere stata invitata a una delle tante ristrette. Gli Stati Uniti (dipinti come sostenitori dell’Italia e della Conferenza) erano rappresentati dall’amb. Satterfield (indietro nella nomenklatura di Washington). Non possiamo dimenticare che la Libia è stata negli ultimi mesi terreno di scontro esplicito tra Italia e Francia. Trump ha soffiato sul fuoco, interessato com’è al permanere dell’instabilità medio-orientale in funzione anti-Russia e anti-Europa. Nelle ultime settimane, i diplomatici italiani hanno, però, dichiarato che i francesi hanno partecipato attivamente ai lavori preparatori della Conferenza.
Ma oggi c’è un po’ di amaro. Haftar –che è sostenuto da Egitto, Russia, Francia, Regno Unito e Arabia Saudita- ha fatto qualche passo in avanti, ma nulla di chiaro e impegnativo. Il sospetto è che i francesi abbiano preferito che il dossier rimanesse aperto, in modo da rientrare in gioco come primi attori.
La tregua è solo una tregua e difficilmente sarà rispettata, anche perché un pezzo della Libia, ancorché presente a Palermo, non intende farlo per molte concrete ragioni di potere e di futuro. Il dopo-Palermo, quindi, sarà il terreno nel quale ognuno cercherà di riaffermare la propria indispensabilità e la propria forza, politica, economica, militare.
E l’Italia, ancora isolata e debole sul piano internazionale? Il quesito oggi è senza risposte. Un bilancio? Solo tra qualche mese.
Ma chi ha esperienza in materia, tuttavia sostiene che questo genere di iniziative si fanno solo quando si è certi del successo.

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