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EDITORIALE

Pd a congresso: non basta incoronare il nuovo leader

di Domenico Cacopardo -

23 novembre 2018, 15:56

Pd a congresso:  non basta incoronare il  nuovo leader

Mentre l’Europa (tutte le nazioni dell’eurozona, proprio tutte: una unanimità mai raggiunta prima) condanna il governo giallo-verde e la sua finanziaria, il Pd si appresta a celebrare il congresso come se si trattasse di un normale appuntamento politico, da affrontare con la pacatezza e con la nonchalanche di chi non ha problemi particolari da affrontare e risolvere. A parte l’incoronazione di un nuovo leader che sostituisca nel cuore di iscritti ed elettori il leader che c’è e non c’è: Matteo Renzi.
Eppure, il Partito democratico viene da una sonora batosta elettorale che, dopo la botta del referendum del 4 dicembre 2016, ha sancito la sostanziale – forse provvisoria forse no – marginalità del partito. Ci si sarebbe aspettato un approfondito esame di ciò che era accaduto; un dibattito acceso sulle ricette per rimediare al divorzio tra i democratici e l’80% (oltre) degli elettori votanti; un confronto serrato tra dirigenti, base e sindacato per definire un atteggiamento comune rispetto alle politiche sociali ed economiche del nuovo governo.
E soprattutto la presa d’atto che il sistema bipolare maggioritario è finito e che perciò, nella nuova situazione “proporzionale”, le primarie sono un “nonsense”, una modalità inidonea a definire una nuova dirigenza e il suo leader.
Ma, come si dice, «Quos Iupiter perdere vult, dementat prius» (“a quelli che vuole rovinare, Giove toglie prima la ragione”, Euripide): non sembra, infatti, che ci sia razionalità nelle scelte organizzative e politiche che precedono questo congresso.
Il rischio che il Pd corre, peraltro, non è questione che riguardi i suoi iscritti e i suoi simpatizzanti, è questione che riguarda tutti gli italiani, sia l’assopita maggioranza silenziosa che gli elettori di 5 Stelle e Lega, per i quali tutti un’opposizione viva e vitale è condizione necessaria per l’esercizio democratico del mandato parlamentare e governativo.
E poi nessuno ha approfondito la questione degli strumenti politici contemporanei, sconosciuti al Pd prima e dopo le elezioni. E dire che sono stati gli strumenti (il package e la logistica) a premiare la formazione più vincente del 4 marzo, piuttosto che le sue ricette contraddittorie e confuse. Se si fosse riflettuto su package e logistica, il congresso avrebbe preso un’altra strada, quella di una effettiva (con l’uso del web) chiamata popolare rivolta al popolo democratico, ancorché ridotto, e all’area elettorale di riferimento.
Questo non è accaduto.
Assisteremo ora a un confronto tra Martina, Minniti e Zingaretti, i cui programmi si chiariranno nei prossimi giorni. Renzi, intanto, lavora a ricostruire un’area centrale (coi comitati civici), simile a quella che sostenne per 58 anni la prima Repubblica e di cui un sistema proporzionale ha bisogno vitale.
Se ci riuscirà sarà una buona cosa per gli italiani. E per farli tornare numerosi alle urne come non fanno più da un paio di decenni.

www.cacopardo.it