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New York

All'asta da Sotheby's le lettere inedite di Verdi all'impresario Lanari

di Giuseppe Martini -

12 dicembre 2018, 16:29

All'asta da Sotheby's le lettere inedite di Verdi all'impresario Lanari

La notizia della messa all’asta domani presso Sotheby’s New York di un lotto di lettere verdiane inedite ha attirato la curiosità di appassionati e stampa, spesso inclini a salutare con enfasi ogni riemersione di questo genere.

In realtà occorre farci l’abitudine e valutare ogni volta con cautela.

Verdi comunicava tantissimo via posta ed è normale che periodicamente riappaiano sue lettere custodite da privati, ma occorre sempre contestualizzare il nuovo nel quadro dei carteggi conosciuti per scoprire se davvero rappresenta un accrescimento di conoscenze o se si limita a precisare circostanze già note. Nel caso delle quattordici lettere inviate all’impresario marchigiano Alessandro Lanari, che costituiscono la parte più cospicua dell’incanto newyorchese, l’importanza è legata prima di tutto al fatto che la corrispondenza conosciuta di Giuseppe Verdi a Lanari era costituita finora da sole venti unità e quella di Lanari a Verdi appena da quattro, in effetti poche per un rapporto da cui sortirono le commissioni per «I due Foscari», «Attila» e «Macbeth» da parte del boss dell’impresariato teatrale italiano della prima metà del XIX secolo, seppur in quel periodo ormai in fase discendente. Di queste quattordici lettere all’asta sono però undici a ricoprire un certo interesse, cioè quelle fra 27 aprile e 12 novembre 1846 riguardanti la scelta dei cantanti per l’opera commissionata a Verdi per la Pergola di Firenze nella Primavera 1847, che sarebbe poi divenuta «Macbeth». Che cosa ci dice dunque di nuovo questo pacchetto di lettere? Innanzitutto, com’era già arguibile, viene retrodatato l’inizio dei progetti con Lanari su «Macbeth», di venti giorni rispetto alla lettera di Verdi all’impresario più antica finora conosciuta su questo argomento; poi si rafforza la posizione dell’«Avola» di Grillparzer come soggetto inizialmente preferito da Verdi e solo mesi dopo – ma non prima di agosto, posponendolo ancora ai «Masnadieri» di Schiller che poi finiranno nella commissione di Londra per l’estate ‘47 – Verdi penserà a «Macbeth», che richiede un baritono importante e sposta il tenore in secondo piano.

Le altre lettere confermano infatti che gli argomenti discussi con Lanari in luglio e agosto giravano sulla scelta del soggetto in relazione alla disponibilità di un tenore (Verdi voleva Gaetano Fraschini) o di un baritono (Verdi preferiva Felice Varesi) e per il resto permettono di acquisire il contenuto inviato il 19 agosto e già noto in quanto riportato da Verdi nei «copialettere» (i cui testi, essendo minute, di rado sono identici a quelli viaggiati), rivelano alcuni particolari contrattuali (2 novembre), il desiderio di Verdi di avere come soprano Sophie Loewe (24 e 29 ottobre) e, il 12 novembre, cenni all’accidentato progetto per Londra e alla commissione per Napoli rinviata (poi «La battaglia di Legnano»). Al netto dei contenuti forniti in sintesi da Sotheby’s (unico testo riprodotto è quello dell’1 luglio) sembra perciò che l’interesse di queste lettere si leghi non tanto a rivelazioni su processi creativi, quanto alle considerazioni che Verdi lascia qua e là su messinscena, principii interpretativi e criteri di scelta dei soggetti, confermando i fatti nelle loro fisionomie già note. Meno appariscenti le altre lettere a Lanari all’asta. Due sono raccomandazioni, una (1 dicembre 1848) per una cantante del Théâtre des Italiens, Ernestine Schapier, che infatti Lanari farà cantare nel 1850 al Teatro Alfieri di Firenze nella «Nina» di Pietro Antonio Coppola (senza successo); l’altra (10 maggio 1850) per il coreografo Alessandro Borsi. Di quella del 4 agosto 1850 invece si conosceva già l’esistenza dalla risposta di Lanari del 13 agosto («la cara tua del 4 corrente») ma non il testo, in cui Verdi declina l’invito ad andare a vedere «Macbeth» (2 ottobre) e «Luisa Miller» (10 ottobre) al Comunale di Bologna, teatro per il quale discuterà più tardi con Lanari un possibile interesse per un’opera, che poi verrà deviata su Roma e sarà «Il trovatore».

Delle altre quattro lettere dell’offerta Sotheby’s, la più rilevante è quella del 16 giugno 1871 all’amico Francesco Florimo, bibliotecario del Conservatorio di San Pietro a Majella a Napoli, in cui Verdi commentando alcune recensioni sul «Don Carlo» dato a Napoli il 6 marzo 1871 prende le distanze da una critica attenta solo a minuzie tecniche e non, secondo una sua idea radicata, alle complessità drammaturgico-espressive. Meno rilevanti quella del 2 marzo 1879 a Léonce Péragallo, depositario delle spettanze a Verdi sui diritti d’autore in Francia, in cui il compositore chiede lumi circa l’eventualità di concedere il Trovatore al rinnovato Théâtre de la Gaîté in Rue Papin; e le tre fra 1891 e 1895 di contenuto meramente colloquiale al generale Giovanni Corvetto, che Verdi conosceva da un anno per via della comune frequentazione di Montecatini. Esile anche la paginetta datata solo «18 maggio» inviata da Giuseppina Strepponi a una signora Virginia, alla quale chiede di venirla a prendere l’indomani, un lunedì: inspiegabilmente Sotheby’s la data al 1875 ma, poiché il 18 maggio di quell’anno non era domenica, anche per ragioni di grafìa sarà più opportuno datarla al 1884. Il lotto è completato da due foto di Verdi autografate, una del fotografo Charles Reutlinger rimessa in passepartout dal Cabinet Guida di Napoli (circa 1872) e una di Achille Ferrario (circa 1893).

Non inganni la base d’asta: rispetto alle lettere con Cammarano acquistate dallo Stato italiano da Sotheby’s Londra un anno fa, parte della stessa collezione offerta ora a New York, è più abbordabile solo perché la loro quantità è minore (100.000-150.000 $ contro i 350.000), ma rivela una nervosa tendenza alla lievitazione del nome Verdi sul mercato d’asta. Sarebbe comunque auspicabile che, insieme per lo meno alla lettera a Florimo, potessero rientrare in una collezione pubblica italiana, riaccorpando così nel nostro Paese un altro tassello dell’enorme carteggio di uno degli italiani più grandi di sempre.