Sei in Archivio

EDITORIALE

Dire “no” ai figli. La fatica di educare

di Paolo Emilio Pacciani -

12 dicembre 2018, 15:28

Dire “no” ai figli. La fatica di educare

La tragedia di Corinaldo ha scatenato, com'era prevedibile, un'infinita litania di commenti. Uno che ricorre spesso riguarda il fatto che ragazzini di 12, 13, anni non dovrebbero passare le notti in discoteca (dove l'alcool gira senza eccessivi controlli) ma in casa con i genitori. Meglio se a letto dopo un certo orario.
Per chi è cresciuto andando “a nanna dopo Carosello” è oggettivamente dura da accettare che degli adolescenti (o preadolescenti) possano scorrazzare la notte con la benedizione di mamma e papà. Il fatto è che i genitori hanno abdicato alla funzione educativa. Perché educare i figli richiede fatica, sacrificio, rinunce, impegno. Meglio delegare (alla scuola, alla tata, alla tv) piuttosto che assumersi il compito, gravoso, di dire dei “no”. Chi di noi non ha visto bambini di tre, quattro anni al ristorante chini sul tablet? Così non lagnano e non disturbano. E papà e mamma possono mangiare in santa pace. E chi non ha incrociato auto con i bambini senza le cinture di sicurezza? Poverini, gli danno fastidio e piangono se gliele mettono.
Dare delle regole, dire di no, è faticoso e difficile. Vuol dire tornare a casa la sera dal lavoro (vale sia per le mamme che per i papà) stanchi, magari infuriati per un litigio con il capo o un collega, e le forze per “combattere” anche con i capricci dei figli proprio non ci sono. Più comodo assecondare. Una debolezza umana, ma che non ripaga.