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RETROSCENA

Brexit, e adesso? Ecco i 6 scenari possibili

15 dicembre 2018, 23:33

Brexit, e adesso? Ecco i  6 scenari possibili

Un gioco al buio. Sono almeno sei gli scenari possibili sulla strada della Brexit nel caso di bocciatura della ratifica da parte della Camera dei Comuni britannica dell’accordo di divorzio dall’Ue raggiunto da Theresa May a novembre con Bruxelles. Scenari carichi d’incognite - e al momento tutti privi di un sostegno maggioritario certo a Westminster - dall’opzione del 'no deal', ossia d’un traumatico addio senz'accordo, a quella di un secondo referendum destinato a rimettere in discussione, nelle intenzioni di chi lo auspica, il risultato del voto popolare del giugno 2016.

1. No deal: se nulla accade dopo la bocciatura, e se nessuna delle alternative fa breccia in Parlamento, l’iter della Legge sul recesso dall’Ue (Whithdrawal Bill) già approvata dalle Camere prevede che la sera del 29 marzo 2019 il Regno Unito esca dal club europeo senz'intesa di sorta. Anche a costo d’innescare un terremoto immediato su economia, dogane e confini. Il governo - sulla carta - può del resto comunicare questa la scelta di questa via senza metterla ai voti, a partire dal 21 gennaio, e a quel punto a Westminster non resterebbe che prenderne atto.

2. Secondo voto sull'accordo: l’esecutivo, in caso di un no alla ratifica, ha comunque tempo per preparare un nuovo piano d’azione, anche riproponendo sostanzialmente la medesima intesa, e tornare ai Comuni. Ma si tratta di un’opzione plausibile solo in caso di sconfitta di misura e comunque spendibile sino al 21 gennaio: termine previsto - a meno di un emendamento di modifica della legge di recesso - per la dichiarazione di 'no deal'.

3. Rinegoziazione complessiva con l’Ue: un terzo scenario è quello di richiedere l’estensione del termine negoziale di due anni per la Brexit, innescato con la notifica britannica dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona nel marzo 2017, per tornare al tavolo della trattativa nella speranza di rivedere da cima a fondo l’intesa. Si tratta tuttavia di una prospettiva dilatoria legata alla disponibilità di Bruxelles (che finora ha escluso ogni rinegoziazione al pari di Downing Street).

4. Scioglimento del Parlamento ed elezioni anticipate: è l'obiettivo a cui punta in prima istanza il leader dell’opposizione laburista, Jeremy Corbyn. In teoria Theresa May potrebbe decidere di ricorrervi ella stessa, per uscire dall’impasse, ma dovrebbe avere il consenso di due terzi dell’aula. Sciolta la Camera, le urne potrebbero essere convocate al più presto nel giro di 25 giorni.

5. Voto di fiducia sul governo: per forzare la mano a May, Corbyn potrebbe sfidare l’esecutivo con una mozione di sfiducia - dopo la bocciatura o anche in tempi più brevi se il rinvio del voto di ratifica si protraesse - facendo leva sulle fratture in seno alla maggioranza. E sperando che la coalizione composta dal Partito conservatore e dagli alleati unionisti nordirlandesi del Dup non si ricompatti. Se la fiducia venisse a mancare, la premier si dovrebbe dimettere e scatterebbe un fase d’interregno di 14 giorni per verificare la possibilità di dar vita a un’altro maggioranza (per esempio favorevole a un tipo di Brexit modello 'Norvegia plus'). Altrimenti si tornerebbe alle urne.

6. Referendum bis: è lo sbocco auspicato dai sostenitori più convinti del fronte Remain e conta sull'appoggio (maggioritario, ma non totale) del gruppo laburista e su quello ipotetico di qualche decina di conservatori 'moderati', oltre che dei partiti minori d’opposizione. A sollecitarlo è anche un movimento di piazza che invoca un nuovo 'People's Vote' e che a ottobre ha radunato a Londra 700.000 manifestanti. Ma per innescarlo serve l'ok del governo (che oggi non c'è) e il sostegno d’una maggioranza parlamentare trasversale tutta da inventare. Senza contare il timore diffuso di approfondire le divisioni nel Paese, le complicazioni tecniche e i dubbi di legittimità sul tipo di quesito da porre (solo sull'accordo May o con l'inserimento di una scelta esplicita in favore del 'ripensamento' sulla Brexit?). E infine il fattore tempo, visto che secondo un team di costituzionalisti dell’University College London per delineare il quadro normativo necessario a convocarlo occorrerebbero come minimo 22 settimane.