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EDITORIALE

Ma cambiare i nomi non cambia la realtà

16 dicembre 2018, 13:41

Ma cambiare i nomi non cambia la realtà

Il vescovo di Parma, monsignor Enrico Solmi, nell’omelia di Santa Lucia ha raccontato di aver ricevuto un biglietto con scritto «auguri». «Auguri di cosa?», si è chiesto ironicamente. Di buon compleanno? Di buon onomastico? Di buon anno? Di una pronta guarigione? Auguri perché deve sostenere un esame? Ma sua eccellenza non ha l’influenza, e da tempo non va più a scuola. E allora, auguri di che?
Auguri di Natale, ma quella parola lì, «Natale», è diventata imbarazzante, da un po’ di tempo a questa parte. Curioso: ormai non solo nel linguaggio comune, ma anche nelle canzoni, nei film, sui giornali e perfino a scuola sono ammesse le peggiori volgarità, bestemmie comprese: ma Natale no, Natale è un vocabolo che non si può pronunciare. Perché?
Nei giorni scorsi sulla Gazzetta abbiamo già spiegato - anche con un’intervista al capo della comunità islamica - che la storia del non voler offendere i musulmani è, appunto, una storia, perché i musulmani non hanno nulla in contrario ai canti di Natale, ai presepi, insomma alle celebrazioni natalizie. È, piuttosto, un tentativo di rimozione tutto nostro, tutto occidentale. Gli anglosassoni, ad esempio, stanno già cambiando pure il calendario: non più «avanti Cristo» e «dopo Cristo»: siamo, oggi, nel 2018 dell’«Era Comune». Mah.
Dietro tutti questi tentativi, molti cristiani vedono una strategia: quella di cercare di combattere la fede, di estirparla dalla cultura comune e, ultimamente, dal popolo. È probabile, anzi è certo, che da parte di alcuni ci sia senz’altro una simile intenzione. Ma non è di questo che vogliamo parlare adesso (ne abbiamo già parlato altre volte).
Vogliamo, piuttosto, sottolineare una delle più assurde illusioni del nostro tempo: quella di cercare di cambiare la realtà cambiandone il nome. Tutto ciò che non ci piace, non lo nominiamo più, o lo chiamiamo in un altro modo, nella vana speranza di farlo scomparire.
Così come cambiamo i nomi per battaglie ideologiche - come quella contro le tradizioni cristiane - cambiamo i nomi anche per anestetizzarci le coscienze e/o cercare di placare le angosce. Quella della morte, ad esempio: da un bel pezzo non muore più nessuno: si scompare, si manca, si lascia. O l’angoscia di certe malattie, chiamate «mali incurabili», che è una sciocchezza perché non esistono mali incurabili, esistono quelli inguaribili, che è un’altra cosa, più difficile da pronunciare (forse anche perché, alla lunga, siamo tutti inguaribili).
Paradossalmente, ma non troppo, questa specie di censura verbale funziona anche in senso inverso, cioè si usano termini peggiorativi che non hanno alcun senso. Faccio un esempio banale: le previsioni del tempo. Il linguaggio dei media è sempre volto in negativo: se piove è «maltempo», se invece non piove per un paio di settimane, è «siccità», quindi maltempo pure quello. Se fa caldo, è allarme ozono, se fa freddo è allarme gelo. Perfino la previsione della neve, di questi tempi, è chiamata «maltempo». Un paradosso, ho detto prima, ma attenzione: il meccanismo è lo stesso, e cioè la rimozione della realtà. Perché la realtà è che la Natura prevede il caldo e il freddo, il sole e la pioggia e pure la neve, e guai se così non fosse. Ma noi oggi, così come vorremmo che non ci fossero la morte e le malattie, vorremo pure quattro stagioni climatizzate come i nostri uffici, zero disagi.
Vorremmo insomma cambiare la realtà, far sparire tutto ciò che non ci piace per motivi ideologici o, più semplicemente, per non pensare a ciò che non ci piace. E ci illudiamo di farlo cambiandole il nome, rendendoci in questo modo ridicoli: perché se Gesù non è nato, per quale motivo dovremmo fare gli auguri di questi tempi? Auguri di cosa? E perché mai, poi, dovremmo essere nel 2018? Sono passati 2018 anni da cosa? Mah, forse qualcuno a Londra, 2018 anni fa, si è alzato e ha detto ma che bella giornata, è iniziata l’Era Comune.
Ps: Oggi è prevista neve. Quindi maltempo. Guarda un po’, chi l’avrebbe mai detto che in inverno può nevicare.

michele.brambilla@gazzettadiparma.it