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EDITORIALE

Un altro anno è andato, chiediamoci dove va la vita

di Michele Brambilla -

31 dicembre 2018, 14:11

Un altro anno è andato, chiediamoci dove va la vita

Passano le ore lente e gli anni veloci, e siamo di nuovo qui per il rito degli auguri. Per quanto mi riguarda, è già il quarto capodanno a Parma, e sembra ieri.
Il tempo che vola induce talvolta a pensieri cupi. Ieri sul Fatto Quotidiano Massimo Fini – uno dei più bravi giornalisti italiani, forse il più geniale – ha scritto un pezzo battendo i polpastrelli sulla tastiera della malinconia, anzi dell'angoscia. «La solitudine di noi vecchi sotto le feste», s'intitolava il suo pezzo, magistralmente composto come al solito. Queste le righe finali: «In vecchiaia il Tempo, questo padrone inesorabile delle nostre vite, precipita, cade a vite come un aereo cui abbiano impiombato un'ala. E mentre spegni l'ultima candelina dell'ultimo albero di Natale ti chiedi, rassegnato più che sgomento, se ci sarà un'altra volta». Allegria, direbbe Mike Bongiorno.
Massimo Fini è un mio amico, e conosco bene quel suo pessimismo, quel suo umor nero. Ma non c'è dubbio che siano, i suoi, pensieri comuni a ogni mortale. Invecchiare non fa piacere a nessuno, e anche san Paolo constata, a un certo punto, che «il tempo s'è fatto breve».
Eppure – dico una banalità (del resto, nella già banale professione del giornalista, poche cose sono più banali di un pezzo sul capodanno) – eppure se è vero che constatiamo il dolore per il tempo andato, è pur vero anche che constatiamo pure una certezza, e cioè che nessuno di noi tornerebbe a rivivere ciò che ha già vissuto. Forse, neppure vorremmo tornare alla gioventù, così piena di speranze, ma anche di inquietudini. «Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?», chiede il passeggere del celebre “Dialogo” del Leopardi. «Cotesto non vorrei», risponde il venditore di almanacchi.
È che la vita – strana cosa, la vita – ci spinge a raggiungere obbiettivi, a costruire qualcosa, ma poi – quand'anche quegli obiettivi li abbiamo raggiunti e quel qualcosa costruito – continuiamo a guardare avanti, sempre avanti. «Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura», dice il passeggere. Perché l'uomo è fatto così? Perché è sempre proiettato sul domani? Non è solo perché si spera che il domani sia migliore dell'oggi: il fatto è che la proiezione verso l'avvenire è un qualcosa che ci costituisce. Come se avvertissimo misteriosamente che c'è un senso, alla fine. Se questo senso ci sia e quale sia, non so dire. Ma che ne percepiamo la necessità, è un fatto. Nessuno di noi si accontenta di quanto già vissuto, per bello che possa essere stato. Sentiamo la vita come un cammino verso qualcosa, lo sentiamo anche da vecchi, sono certo che anche il mio amico Massimo Fini, magari in qualche angolo impercettibile di sé, lo sente: perlomeno lo sente come domanda, come desiderio.
Ho letto, nei giorni scorsi, la testimonianza di un'insegnante toscana di storia dell'arte, che si chiama Mariella Carlotti. Dice che, passati i cinquant'anni, ha compreso quanto sbagliamo nel chiederci come va la vita; perché la vera domanda è «dove va la vita». Trovo straordinariamente profonda questa distinzione. La vita ha un senso solo se c'è una direzione in cui andare, e un dove al quale approdare. Anche questo 2019 che sta per cominciare – e che passerà in un soffio – avrà un senso solo in vista di questo dove, di cui non sappiamo nulla, ma che per ciascuno di noi è un'esigenza.