Sei in Archivio

IL RACCONTO DELLA DOMENICA

La villa avvolta dalla vitalba

di Anna Maria Dadomo -

06 gennaio 2019, 14:16

La villa avvolta dalla vitalba

La vitalba svettava tronfia e vittoriosa dal balconcino della villa. Presto avrebbe raggiunto il tetto.
Dopo aver colonizzato il parco abbandonato formando con i rovi veri e propri grovigli inestricabili aveva fatto la sua comparsa sul ghiaietto del viale, e raggiunta la fontana ne aveva avvolto l’anello circolare in una trama fitta come una ragnatela. Da lì, senza incontrare resistenza (persino i cardi spinosi sembravano impotenti a contrastare la sua trionfale avanzata), aveva guadagnato le panchine di cemento, le finestre, si era aggrappata alla lunetta del portone, aveva conquistato il balconcino. Adesso, dalla ringhiera, i suoi fusti pendevano come liane grosse, legnose, invincibili e ricoprivano interamente l’ingresso principale. E la villa appariva come un insetto caduto in trappola, immobilizzato, e senza scampo.
Quell’arroganza la infastidiva. Quel grido di conquista. Mentre dalla casa, al contrario, emanava una tale infelicità che quel giorno, infilati gli stivali e i guanti e preso il falcetto, si era decisa a intervenire. Occorreva farsi largo nella fitta vegetazione. Arrivare a quelle liane.
E tagliare. Tagliare. Allentarne la presa. Concedere ancora un po’ di respiro alla villa. Così aveva fatto. Avanzava lentamente. Un passo dopo l’altro tanto era fitto quell’intrico vegetale, quello sbarramento di lunghissimi fusti.
«Ti ricordi quando intorno alla fontana c’era ghiaietto ben pettinato, tulipani e gerani rossi nella bordura della vasca; il getto dell’acqua che usciva dalla serpe di ferro ricadeva con un mormorio morbido e dolce; gocce d’acqua brillavano sul muschio soffice e umido come diamanti, e poco lontano la siepe di bosso era verde e ben potata, e il portone del salone si apriva tutte le mattine d’estate, e tu ti sedevi sul divano con il cane accucciato sul pavimento…di’,ti ricordi?».
Incespicare in quelle parole. Vacillare sul bordo di quelle immagini che affioravano dal profondo come trappole nascoste. Ritrarsi spaventati. Meglio aggirarle. Non seguire il filo di quella voce. Meglio aprirsi un varco tra i ricordi. Non caderci dentro. «Non ne uscirai viva». Non ascoltare. Difendersi. Il falcetto è ben affilato. È un’arma. Usarla per vincere la paura. Un passo dopo l’altro.
Finalmente era arrivata a quei fusti sarmentosi. I conquistatori. E aveva incominciato a menare colpi. Alla cieca. Senza guardare. Con rabbia. Ansimava. Si dimenava. Roteava il falcetto come Orlando la Durlindana. Foglie marce e pennacchi piumosi volavano intorno. Recidere quelle liane. Difendere comunque quel passato in rovina. Anche se non importava a nessuno. Solo a lei. Ma il solo tagliare era una battaglia perduta. Bisognava arrivare fino alla radice. Sradicarla dal terreno. Lasciarla seccare al sole. Quella era l’unica soluzione. Altrimenti avrebbe ricacciato continuamente nuovi germogli così piena di vigore com’era. E con rinnovato slancio avrebbe assalito la villa. E lei. E il ricordo di tutto quel passato. Di tutti quei morti.