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EDITORIALE

Il coraggio di dire «no» all'aggressività dei social

di Francesco Bandini -

10 gennaio 2019, 15:34

Il coraggio di dire «no» all'aggressività dei social

Ogni epoca ha la sua idea di coraggio, di quali siano le circostanze in presenza delle quali il gesto di una persona possa essere definito coraggioso. Nell’era della dittatura dei social media, coraggioso può essere considerato anche colui che, denunciandone la natura talora distorsiva della realtà e dei rapporti fra le persone, decide di ripudiare tali strumenti, oggi considerati irrinunciabili, specie per chi fa politica a necessita di un contatto (vero o virtuale che sia) con le masse.
È quello che ha fatto il leader tedesco dei Verdi Robert Habeck, esponente politico in ascesa che tutto avrebbe avuto da guadagnare da un uso «scientifico» della Rete (come dimostrano molto bene alcuni politici di casa nostra), alla quale invece ha clamorosamente deciso di dire «no», annunciando di aver chiuso tanto con Twitter che con Facebook. L’ha fatto dopo essersi scusato per alcune sue prese di posizione sopra le righe pubblicate su Twitter e dopo averne pagato le conseguenze in termini di «lapidazione» mediatica (pratica alla quale ormai siamo tutti tristemente rassegnati).
Particolarmente significative le riflessioni con cui Habeck motiva la propria scelta: «Twitter mi disorienta e mi rende poco concentrato. Nessun media digitale è così aggressivo come Twitter, in nessuno c’è tanto odio, cattiveria e diffamazione. Mi fa scattare qualcosa: sono più aggressivo, polemico stridulo ed estremo, il tutto con una velocità che non lascia spazio alla riflessione». Una onesta e illuminante ammissione, la sua, che è anche un formidabile atto d’accusa: da un lato riconosce la propria incapacità a gestire certi strumenti, dall’altro denuncia che è la natura stessa di tali strumenti a determinare gli eccessi di tanti utenti.
La decisione ha provocato un inevitabile dibattito in Germania. Autorevoli commentatori si sono chiesti come possa ambire a governare il Paese se si sente sopraffatto già da Twitter. La risposta potrebbe essere che forse un Paese non lo si governa promulgando leggi da 280 caratteri (la lunghezza massima di un tweet) sull’onda emotiva del momento. Altri hanno osservato che il posto dei politici è dove c’è dibattito. Ma che dibattito è quello che costringe a frasi a effetto senza alcuna possibilità di pacata argomentazione, in un impari scontro con orde di twittatori perennemente arrabbiati?
In realtà ormai non è solo il mondo dei social a essere dominato da questo modo di relazionarsi con gli altri. La vita di tutti i giorni – personale e lavorativa – si è velocizzata e incattivita, soffocando spesso la riflessione, la moderazione e non di rado anche l’educazione. Uno spaccato di tale tendenza sono i tanti talk show televisivi (politici e non), dove qualsiasi affermazione che ecceda i venti secondi viene interrotta o dal conduttore che va di fretta, o dall’avversario che ti aggredisce verbalmente.
Habeck ha fatto una scelta, controcorrente e forse anche antistorica, ma – come si diceva in principio – coraggiosa: ha saputo dire «no», contro il proprio stesso interesse, a una tendenza in cui ha visto il seme di qualcosa di nocivo e perfino distruttivo. È lui che è debole e non attrezzato di fronte alla modernità? Può essere. Ma questa modernità che non gli piace ha deciso di lasciarla fuori dalla propria vita, che di sicuro d’ora in poi sarà migliore di prima.

fbandini@gazzettadiparma.net