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Paolo Mori, storia di un «super-papà» di giochi da tavolo

di Chiara Cacciani -

11 gennaio 2019, 06:00

Paolo Mori, storia di un «super-papà» di giochi da tavolo

Di un libro è normale conoscere l'autore: è in bella vista in copertina, inseparabile dal destino delle pagine successive. «Ma se chiedo chi ha inventato il Monopoli? - sorride Paolo Mori - I grandi classici del gioco da tavolo ci sembrano lì da sempre, hanno riunito generazioni, ma nessuno sa chi li abbia ideati. Ecco, io ho sognato che la mia passione potesse diventare qualcosa di più quando 15 anni fa, dopo essere partito dai classici ed aver proseguito coi giochi di ruolo, sono tornato a trovarmi con gli amici davanti a nuove proposte da tavolo. Sulle scatole comparivano i nomi degli autori, e in quel momento ho avuto chiaro che dietro quelle creazioni c'erano delle persone e qualcosa che poteva definirsi mestiere».

Lui - papà di 41 anni, base a Talignano e una laurea in Scienze della Comunicazione - è già da tempo uno degli autori italiani di giochi da tavolo più conosciuti, «praticati» e anche premiati: il suo «Augustus», ad esempio, ha vinto nel 2013 la prima edizione del premio «Gioco italiano dell'anno». Solo qualche mese prima era in finale in Germania agli «Oscar» del settore.

Il mestiere «ufficiale» di game designer è arrivato però all'inizio del mese, con la richiesta di part-time all'Università, dove lavora all'Ufficio comunicazione. «Molti pensano forse a un boom dei videogiochi – racconta - ma in realtà è il mondo dei giochi da tavolo ad essere in forte crescita. E questo era il momento giusto per tentare l'avventura e provare a portare a casa la pagnotta con la propria creatività».

L'entusiasmo novello di chi cambia (metà) vita si abbina allo stile di sempre: quello del basso profilo. Cita spesso e modestamente la fortuna, Mori, quando ripercorre la sua storia. La più grande, quella «di avere amici spietati (il gruppo che si è ribattezzato Parma Gamers, ndr.): se una mia idea passa il loro test, allora so che avrà delle possibilità». «A volte si pensa che si debbano creare cose innovative, complesse, originalissime – spiega lui, che oggi sta lavorando su progetti che spaziano dagli scontri tra robot a Pinocchio, dal calcio alla Seconda guerra mondiale - ma spesso basta un'idea semplice. La sfida resta trasformarla in un vero gioco da tavolo». Quello di cui è certo, è di non conoscere «autori con la bacchetta magica: per un gioco che funziona, magari ce ne sono altri nove che rimetti nel cassetto».

Uno dei suoi primi, «Ur», ha subito convinto una casa editrice e si è velocemente trasformato in scatola. Poi la ludografia si è progressivamente allungata: da «Borneo» al citato «Augustus», da «Ethnos» al successo - e all'inchiodante attualità - di «Insoliti sospetti» che rivisita «Indovina chi?» giocando su stereotipi e pregiudizi legati all'aspetto fisico - («Non è nato come un gioco educativo però adesso sarebbe interessante provarlo come strumento nelle scuole», dice). «Ed ogni volta è sempre un'emozione: di fatto affidi un “figlio” al suo destino e speri che abbia una buona sorte. La soddisfazione più grande è quella di sapere che riesce a riunire persone e a farle divertire».

Parma, in questo senso, è terreno fertile. «Qui ci sono tantissimi giocatori ma rispetto ad altri luoghi vicini - penso ad esempio a Cavriago, senza scomodare la ludoteca comunale di Udine - fa più fatica sia dal punto di vista della dimensione associativa, sia soprattutto da quello degli spazi a disposizione. Sarebbe bello che Parma 2020 avesse attenzione anche a questa dimensione del gioco: la valenza sociale è molto forte». Concretamente, «al di là dei singoli eventi, bisognerebbe gettare le basi per qualcosa di continuativo nel tempo: un luogo in cui ci sia una proposta ufficiale e aperta, con possibilità di incontrarsi, farsi spiegare i giochi, essere coinvolti». Permettendo di ritrovare, col gioco, anche un po’ di comunità.