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IL RACCONTO DELLA DOMENICA

Il mondo della signorina Rosetta

di Lina Pancaldi Schianchi -

13 gennaio 2019, 22:00

Il mondo della signorina Rosetta

La ferrovia divideva il paese dalla Pieve, una piccola frazione con una bellissima chiesa romanica. In quel breve tratto si aprivano sulla strada quattro ville padronali circondate da stupendi parchi. La più bella che s'incontrava era della signorina Rosetta. Sbirciando fra quel maestoso verde era facile immaginarsi la padrona di casa. I vialetti coperti dalla piccola ghiaia portavano alle aiuole. Queste, quadrate, rotonde e triangolari, avevano i fiori più semplici, a piccolo gambo: le viole del pensiero, dal giallo intenso al viola macchiato di bianco; i mughetti che accompagnavano per mano lungo i viali che portavano alla villa, alternati da ciuffi di variopinti tulipani e giacinti azzurri dall'intenso profumo.
Dinanzi troneggiava una grande fontana con un angelo al centro. E ancora, ai piedi della costruzione, edere, campanule, bouganville, e quelle rose gialle rampicanti che salivano al balcone.
Il suo giardino era lei.
Non più giovane, ma ancora bella, gentile, un viso quasi di cera, con grandi occhi neri, e i capelli ondulati puntati da nere forcine. Portava sempre gonna e giacca dal taglio semplice, in seta blu, con due grandi tasche nelle quali non mancavano mai le cesoie per cogliere i fiori. La camicetta era bianca con un grande collo di pizzo che si apriva sul completo. Le maniche erano rigorosamente lunghe. Una lasciava intravedere una mano quasi diafana; l'altra era un guanto di pelle nera.
Un incidente accadutole in giovane età a Milano, quando, come ogni mattina, si recava al conservatorio dove studiava pianoforte. Era un giorno piovoso e, salendo sul tram con l'ombrello semiaperto, un puntale le si conficcò nel braccio provocandole una brutta ferita. L'infezione non le diede scampo, erano ancora lontani i tempi della penicillina. Le amputarono il braccio fino al gomito.
Una tragedia per quella fanciulla bella, ricca e con una promettente carriera di pianista. Si ritirò con i genitori in quella villa di campagna, dove la sua vita era il giardino e il giardino era la mano che le mancava.
La bambina e il cugino Carlo entravano nella villa a Natale e a Pasqua. La signorina Rosetta li conosceva bene, quei bambini. Le piacevano. E anche a loro piaceva la signorina.
Per le feste li accoglieva nel grande salone circondato dalle vetrate: nel mezzo c'era un pianoforte a coda e la signorina ne sfiorava i tasti. I pacchettini erano lì pronti e lei, porgendoglieli, si chinava a raccogliere i loro abbracci e i loro affettuosi bacini. Nei pacchetti c'erano i dolci di cioccolata che lei preparava.
I bambini tornavano a casa saltellando per il giardino, e non di rado tradivano la fiducia della signorina.
«Carlo, - diceva la bambina - voltati a guardare se la Rosetta è entrata in casa, così prendiamo un fiore». Lei era sì in casa, ma dinanzi alla finestra li seguiva con lo sguardo, sorridendo a quelle piccole marachelle. E loro uscivano di soppiatto chiudendosi alle spalle il pesante cancello di ferro.