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EDITORIALE

Le fake news sono gratis, l'informazione ha un costo

di Paolo Emilio Pacciani -

14 gennaio 2019, 11:32

Le fake news sono gratis, l'informazione ha un costo

A chi verrebbe in mente di entrare in una panetteria, chiedere un paio di micche ed uscire senza pagarle? Oppure scegliere un bel vestito in una boutique e pretendere di averlo gratis? O ancora servirsi della prestazione di un professionista (che sia un medico, un avvocato o un commercialista) e non aspettarsi la fattura? Per un motivo del tutto inspiegabile, però, nella mentalità comune si è fatto largo il concetto che le notizie siano un bene per il quale non sia necessario pagare. Il fatto di trovarle gratuitamente su molti siti internet induce a pensare che la produzione dell'informazione non costi assolutamente nulla e che nulla si debba pagare per averla. Ma le cose non stanno così: per produrre un articolo serio e ben scritto occorre un grande lavoro di ricerca delle notizie, di controllo delle fonti, di verifiche incrociate e, non ultimo, di stesura in un buon italiano. E il lavoro dei giornalisti, così come quello di qualunque altro professionista, costa. I grandi motori di ricerca internazionali hanno fin qui campato a spese degli editori rilanciando le notizie prodotte dagli altri e guadagnando sulla pubblicità che si fanno profumatamente pagare. Sarebbe come prendere gratuitamente quelle due micche, piazzarsi fuori dalla panetteria e rivenderle ai passanti. Dopo molte insistenze, finalmente l'Unione Europea, recependo le istanze degli editori, sta per introdurre una nuova direttiva sul copyright che impone un risarcimento economico nei confronti di chi viene «cannibalizzato».

La direttiva non è ancora stata definitivamente approvata e molti sono gli interventi che le lobby stanno cercando di fare. In primis Google, che sta riempiendo le pagine dei giornali (quelli di carta, guarda un po') con una serie di avvisi pubblicitari nei quali si dice “preoccupato” perché «alcuni elementi di questa legislazione potrebbero ridurre lo spettro e il numero di notizie che si trovano quando si ricerca online». Insomma, anche Google a quanto pare si propone come paladino della libertà di informazione. E allora come disse Bob Marley: non giudicare le persone dai loro errori, ma dalla loro voglia di rimediare.