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EDITORIALE

Fuga dal voto (17 milioni) contro la rissa dei politici

di Vittorio Testa -

18 gennaio 2019, 14:43

Fuga dal voto (17 milioni) contro la rissa dei politici

Ministri e politici in quotidiana gara d’apparizione stanno occupando sempre più spazio in tv, radio e sui social. L’ultimo “exploit”, all’arrivo di Battisti, assassino con quattro ergastoli sul groppone, seguito e filmato passo passo in una moderna riedizione della passerella verso il capestro o la ghigliottina, ha visto protagonisti il ministro dell'Interno e vicepremier, Matteo Salvini, indossante un giaccone della Polizia e il Guardasigilli, Alfonso Bonafede, in soprabito della Polizia carceraria, impettiti, raggianti e serissimi rappresentanti il governo e a loro dire l’Italia, soprattutto quella perbene, quella che vota nella maniera giusta. Subito ci si è divisi nel giudizio: giubilo e sostegno da una parte, critiche e accusa d’aver inscenato uno “spot” autoelogiativo dall’altra. Tv, radio, giornali e centinaia, migliaia anzi milioni di italiani partecipanti a quel silenzioso ma urlatissimo dibattito sui social spesso rimbombante di “vaffa”: un’onda solcata da chiunque libero di dare sfogo alla sua saggezza o alla sua aggressiva ignoranza.

Abbiamo citato l’ultimo episodio che ha suscitato clamore, ma ogni giorno che Dio manda in terra è così. La politica ha da tempo traslocato dai partiti e dalle tribune elettorali ai talk show e ai telegiornali, a Internet, twitter, Facebook: le postazioni da cui lanciare e sparare i post, approvare e stroncare, avere l’illusione di un dialogo diretto con il politico amato, Salvini e Di Maio su tutti. E li hai tutti in tasca, catalogati dentro lo smartphone, strumento di nevrotica perdizione di noi tutti, istantaneo postino di reazioni di gioia o di dolore, di applausi o di odio, di elogio o di insulto.
Nell’era dei senza telefonini, ormai lontana come un Mesozoico, usavamo l’apparecchio fisso, casa e ufficio, cabine telefoniche per le emergenze. C’era il tempo di meditare su un torto subito e istruire una strategia di risposta, magari scritta o comunque ponderata. Pensavamo a quel che scrivevamo o dicevamo, alle conseguenze: adesso diciamo d’un botto quel che pensiamo in quel momento, salvo richiamare di lì a due minuti per precisare, reclamare e provocare altrettanta foga nell’interlocutore. Insomma la tecnologia, il web, ci hanno ghermiti e schiavizzati a compulsare ogni tre per due il monitor, a mitraglianti digitazioni notte e giorno. Figurarsi se il politico, questo infaticabile cercatore di consenso, non ci si buttava alla velocità della luce, pronto a scaricarci addosso il minuto, minuto e mezzo di dichiarazione, magari senza troppo argomentare: poche parole, benvenute brevi risse tra noi e chi è contro di noi, immediata valanga di “mi piace” e “commenta”, furibondo scambio di insulti tra avversari. Pochi minuti, dieci o venti righe al massimo. Lo spezzatino al quale abbiamo ridotto la nostra capacità di confronto. È diventato un enorme stucchevole calderone di piccole furbizie e palestra di anabolizzanti per accelerare i nostri riflessi, non certo per approfondire gli argomenti. E se tutto questo fa felici i pasdaran di ciascuna fazione, all’opposto sta disamorando milioni di persone, di cittadini che rinunciano al voto. Il 4 marzo 2018 su 46 milioni e seicentomila italiani aventi diritto votarono in 33 milioni novecentosettantamila, 350 mila le schede bianche, 1 milione e mezzo quelle annullate. Secondo un recentissimo sondaggio (Cise) l’area dell’astensionismo sta crescendo soprattutto tra i giovani. Si prevede che almeno altri 3 milioni di noi non andranno a votare: il che significherebbe un esercito di 17 milioni di renitenti all’atto democratico più alto. C’è davvero di che compiacersi.

vittorio.testa@comesermail.it