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IL DISCO

Led Zeppelin I, quando la leggenda ebbe inizio

di Michele Ceparano -

18 gennaio 2019, 17:15

Led Zeppelin I, quando la leggenda ebbe inizio

Il 12 gennaio del 1969 negli Usa usciva il primo album di un gruppo destinato a diventare una leggenda del rock. Nei giorni scorsi i suoi primi cinquant'anni sono stati celebrati in tutto il mondo. Titolo più scarno che mai: Led Zeppelin, conosciuto però come “Led Zeppelin I”. Una scelta minimalista che portò fortuna dal momento che la band inglese chiamò successivamente II (che uscì sempre nel '69 ma in ottobre), III e IV i successivi tre lavori. Fece più o meno la stessa cosa Peter Gabriel con i suoi primi quattro album da solista. 

Per cominciare, però, meglio procurarsi l'album Led Zeppelin I, un impasto di hard rock, heavy metal e blues nello stile di una band che non si fece mai incantare dalle sirene del prog, a quei tempi più vive e invitanti che mai. Trovato il disco ascoltare il primo brano, “Good times, Bad times”, specialmente l'attacco. Si entrerà in un mondo davvero leggendario,  creato da  un gruppo che scrisse, solo per citare tre brani, “Immigrant song” (quella, per intendersi, del “martello degli dei”), “The battle of evermore” e “Stairway to heaven” e il cui genio si ispirò anche alle saghe create dalla fantasia di Tolkien. Nel lavoro di debutto tutto è sospeso tra storia e leggenda, a partire dalla copertina del disastro dello Zeppelin, quello vero, l'Hindenburgh, avvenuto nel '37, fino ai pezzi, uno più affascinante dell'altro. Una scelta, quella di chiamarsi Led Zeppelin, che provocò anche  le minacce della nipote del conte von Zeppelin di trascinare il quartetto in tribunale. Poi, però, mollò la presa. Detto del brano di apertura, impossibile già da un primo ascolto da dimenticare è anche la dolcissima “Babe I'm gonna leave you”. Quasi un intermezzo prima della potente “You shook me” e di “Dazed and confused” (ascoltarla anche nel live “The song remains the same”) destinata a diventare un classico tra i classici dei Led Zeppelin e, al pari di altri pezzi di questo album, già suonata dai The New Yardbirds. Così infatti si chiamavano i quattro prima della storica scelta (Page, negli ultimi tempi tornato anche alla ribalta delle cronaca per una lite “condominiale” con l'ex Take That Robbie Williams, Plant, Bonham e Jones)  in cui cambiarono nome e divennero un mito. 

Leggenda per leggenda, il lato B vede scorrere “Your time is gonna come” e la strumentale “Black mountain side”, entrambi due magnifici. Sono il preludio a “Communication breakdown”, altro classicissimo e anch'esso appartenente all'”era” New Yardbirds. L'album, molto bello, si chiude davvero a tutto blues con “I can't quit you baby” e “How many more times”. Così dunque iniziò una leggenda che cinquant'anni dopo riesci ancora a incantare.