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EDITORIALE

Cesare Battisti e il peccatore che vive in noi

di Michele Brambilla -

20 gennaio 2019, 13:58

Cesare Battisti e il peccatore   che vive in noi

Dell'arresto di Cesare Battisti, e dell'accoglienza che il nostro governo gli ha riservato all'aeroporto, hanno già parlato
tutti, e diffusamente, nei giorni scorsi. Se torniamo sull'argomento, non è per parlar ancora di Battisti, ma per quello che questa storia potrebbe, anzi dovrebbe, insegnare a ciascuno di noi.
Intanto, partiamo mettendo un paletto, per fare chiarezza: Cesare Battisti è stato condannato per quattro omicidi, due commessi materialmente, due come mandante. Sul fatto che debba scontare l'ergastolo che gli è stato inflitto, non si discute: anche se sono passati quarant'anni dai delitti. In più, è anche vero che, fra tutti i condannati fuggiti all'estero, Cesare Battisti si è distinto in particolar modo per arroganza, strafottenza, spocchia, irriverenza, crudele sarcasmo. Si faceva fotografare mentre brindava nei café letterari parigini, o sulle spiagge brasiliane, per mostrarsi beffardo agli italiani, compresi quelli che ancora piangono i loro morti, compreso quell'Alberto Torregiani costretto dal 1979 su una sedia a rotelle. Anche se è brutto dirlo, va pur detto: Cesare Battisti si è guadagnato la fama di antipatico. A dir poco.
Ma uno Stato di diritto, una democrazia, non deve trattare i suoi cittadini a seconda della loro simpatia o antipatia, ma a seconda di come osservano – o non osservano – le leggi. E alle leggi debbono sottostare innanzitutto i più alti rappresentanti dello Stato. Per questo, il filmato messo in rete dal ministero della giustizia (della giustizia! Non della vendetta) va considerato osceno. La legge, la giustizia appunto, prevede che Cesare Battisti venga rinchiuso in un carcere: ma non che venga ripreso come un trofeo di caccia durante tutte le fasi del suo arresto, del suo viaggio verso l'Italia, del suo lasciar le impronte digitali mentre entra in galera, del suo star in cella con due agenti ai lati. Le immagini in cui gli venivano prese le impronte, in particolare, vanno considerate una sorta di stupro. Né alcun ministro può sentirsi in diritto di scrivere, sui social, che un condannato deve “marcire in galera”: perché secondo la Costituzione in galera non si deve andare a marcire, ma a pagare il proprio debito con la società, e a tentare una rieducazione, un futuro reinserimento nella società stessa. Questo vale per tutti, anche per gli ergastolani come Battisti.

Ma dicevo prima che di questa storia vogliamo parlare oggi in un senso più ampio, che abbracci tutti noi. Che i politici abbiano voluto farsi pubblicità, a fini elettorali, con l'arresto di Battisti, non deve stupire: lo hanno sempre fatto, in ogni epoca. Ma il modo in cui lo hanno fatto questa volta no, quello è inedito, è figlio di questa nostra epoca: litigiosa, truce, violenta. Non si infierisce su un uomo in manette, mai. Chi lo ha fatto in questi giorni è riuscito, almeno per un giorno, a ottenere l'effetto di far passare un terrorista condannato dalla parte delle vittime.
Il cristianesimo ci ha insegnato che bisogna sempre distinguere il peccato dal peccatore: non è ipocrisia, è la presa d'atto realistica che ogni essere umano – senza eccezione, santi compresi – è un miscuglio di bene e di male. Così, quando la nostra legge – che è figlia della civiltà occidentale: giudaico-cristiana e greca – deve giudicare (e punire) le disobbedienze dei cittadini, giudica e punisce appunto quelle disobbedienze, non tutta la persona. Per questo non si può nemmeno dire che un uomo condannato per omicidio è un assassino, perché la sua vita è anche altro, è una complessità che non sappiamo, che non possiamo conoscere. Un gesto, un atto non può comprendere e definire l'intera personalità di chi lo ha compiuto.
Non è buonismo. È la constatazione che nessuno di noi ha il diritto di giudicare il nostro prossimo come persona, e tantomeno di umiliarlo. Io che scrivo, tu che leggi, voi che leggete, non abbiamo ucciso quattro persone come Cesare Battisti: ma la nostra vita non è immune da altre colpe, da altre miserie, da altri inconfessabili gesti di debolezza, di meschinità, perfino di odio e di cattiveria. Personalmente, non mi sento in diritto di giudicare nessuno proprio perché conosco le mie bassezze, e se c'è una cosa di cui mi vanto, se c'è un pregio che mi riconosco, è quello di non aver mai detto «sono una persona onesta». Mai. Questo non vuol dire sottovalutare l'esigenza, per tutti, di rispettare la morale: vuol dire distinguere fra morale e moralismo.
Oggi è domenica, e mi permetto di citare un famoso passo del Vangelo di Giovanni, quello in cui la folla vuole lapidare – secondo la Legge di Mosè – un'adultera, e Gesù dice di far pure, purché a scagliare la prima pietra sia chi è senza peccato. «Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi». «Cominciando dai più anziani», perché più si campa, più si pecca.