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IL RACCONTO DELLA DOMENICA

Tortelli e capitone. Un Natale da lupi

di Gustavo Marchesi -

20 gennaio 2019, 23:45

Tortelli e capitone. Un Natale da lupi

L’orologio della sartoria Macca segnava le nove passate. La Vigilia di Natale si lavorava fino a sera per ultimare le consegne prima del cenone. Fausto, il garzonetto si diede una stiracchiata, infilò giaccone e berretto e si apprestò a svignarsela. Il signor Macca lo squadrò burbero: “Sembri un lupo affamato”. Gli buttò sul braccio, in un fazzolettone, giacca e pantaloni di fustagno, un completo da cacciatore: portarlo al cavalier Pedrona subito, di volata. Cliente difficile il cavaliere, che però ogni volta allungava una mancetta.

Il ragazzo avrebbe sistemato più volentieri la confezione nel cassonetto delle spazzature. Pedrona non gli era simpatico. Andava a caccia e Fausto li odiava i cacciatori, uomini così, che sparavano a tutto, non soltanto alle “bestie nocive”, dicevano quei balordi… Anche suo padre sparava, ma solo per spaventare i ladri, cresciuti come i funghi nell’ultimo anno…

Dopo una settimana di burrasca, aveva smesso di nevicare. La gente era intanata nelle case. Dal portone socchiuso della pieve si intravedeva il presepio che avevano montato suo padre insieme a don Sergio. A Fausto gli sarebbe piaciuto darci un’occhiata ma veniva tardi e piegò per via Sospiri, ritrovo dei fidanzati. Un cane alto uscito dall'ombra passò oltre per ricomparire poco dopo. Fausto ridendo gli spedì una manata di neve. La bestia si fece indietro a testa bassa; le mascelle spalancate, e certi denti, certi spuntoni lunghi…

Fausto strabiliò impaurito. Quello era un lupo. Un lupo da solo, forse del branco avvistato in montagna prima che nevicasse... Pochi attimi, un'eternità, e improvvisamente verso il fondo attaccò un suono di zampogne, la musica dei pastori alla capanna di Dio. Fu allora che il lupo parlò: “I miei piccoli hanno fame”. Era una lupa: “Sono nell'orto dei Togni” continuò.

C'erano davvero, eccome, dietro una siepe, quattro pellicciotti sprofondati nella neve. Mamma lupa diede loro una leccatina, di più non aveva, essendo pollai e ovili sbarrati come a Belforte...

Fausto sentì una gran tenerezza. Slegò il fazzolettone, tolse il completo del cavaliere e saltò nella cucina dei Togni. Loro non c’erano, brindavano di là, in saletta, e applaudivano le zampogne. Adocchiati sulla dispensa un paiolo di tortelloni, Fausto ne ammucchiò col mestolo una pila, aggiunse anche del pane invecchiato, e via… tutto dentro nel fazzolettone. Ce ne voleva almeno il doppio, ma comunque I lupacchiotti si ingozzarono. Mentre loro dileguavano con mamma lupa, Fausto si affrettò. Pedrona, soddisfatto del lavoro, gli offrì un cartoccio di paste. Fausto ringraziò, suo malgrado e filò. A casa stavano in pensiero. “Ho ascoltato le zampogne”, disse entrando affannato, e si mise a tavola con gli altri, impazienti di assaggiare il capitone, secondo la ricetta napoletana del nonno Salvatore
Dopo le feste, quando tornò in sartoria la madre gli consegnò il fazzolettone, pulito e stirato. Aveva lavato certe macchie d'unto, davvero tante. “Colpa dei tortelli” disse Fausto. E la madre non capì.