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C'ERA UNA VOLTA

Quando Milano era «da bere»

La nuova filosofia: l'apparire è più importante dell'essere. L'ascesa della moda e di Piazza Affari. Ma nei locali vip spunta la cocaina

di Chicco Corini -

22 gennaio 2019, 20:49

Quando Milano era «da bere»

Il celebre slogan pubblicitario dell'Amaro Ramazzotti, «Milano da bere», è della metà degli anni Ottanta, proprio quando il rinascimento ruggente della «Milano da bere» stava raggiungendo l’apice del successo come nuovo stile di vita. Una vera metropoli internazionale: dinamica, contraddittoria, peccaminosa. Ma se si vuole scavare nella vera storia di quella che fu la «Milano da bere» bisogna proprio andare al 1980. Ed è un film, «American Gigolò», a suggellare la data di inizio del nuovo corso. In una delle scene celebri si vede un giovane e bellissimo Richard Gere impegnato a scegliere cosa indossare per una serata galante al servizio di ricche signore. Quei vestiti sventagliati sul letto erano firmati da un sarto piacentino trapiantato a Milano: Giorgio Armani. Sono proprio le luci della moda a cancellare gli anni bui del decennio precedente.
L’apparire è più importante dell’essere, è la nuova filosofia.
All’inizio degli anni Ottanta è tutta la moda a incrementare fatturati che fanno da onda lunga per l’intero Made in Italy. Ad alimentare l’euforia c’è anche Piazza Affari che fa bramare investitori della porta accanto. E il guadagno sembra facile poiché è il vento del liberismo di Reagan e della Thatcher a spingere ad osare. Tutto era consentito nella «Milano da bere». Sulla scena, in quegli anni, irrompe un imprenditore immobiliare che farà una lunga strada: Silvio Berlusconi. E’ il Cavaliere a dare una svolta decisiva agli anni Ottanta con l’esplosione della televisione commerciale. Un boom che mette le ali anche alla pubblicità, lasciando di stucco la Rai appesantita dall’amatriciana romana. A Milano va in declino l’ossobuco e al suo posto ecco arrivare i più raffinati gamberetti con rucola. E la «Milano da bere» diventa anche la meravigliosa lampada di Aladino per i creativi delle agenzie di pubblicità. L’immagine prende il sopravvento e il pensiero diventa commercialmente vulnerabile.
Proprio in quegli anni per la prima volta Milano esprime un capo del governo nazionale, Bettino Craxi che sconquassa le ormai logore liturgie politiche. A cominciare dai congressi del Psi, spettacolo nello spettacolo, con scenografie firmate da Filippo Panseca che raggiungono l’assoluto con la sfavillante piramide del 1989 allestita nella fabbrica ex Ansaldo per incoronare il «faraone» Craxi. «Se fossi nato in Arabia Saudita, sarei diventato uno sceicco», sorrideva il rampante Silvio Berlusconi mentre metteva sul mercato la città satellite «Milano 3». E l’uomo dei sogni fece in fretta a generare proseliti. Sul palcoscenico entrano di prepotenza gli yuppies, ovvero i professionisti-protagonisti della «Milano da bere». Giovani rampanti sempre attivi ed efficienti, dalla mattina a notte fonda. Sono quelli che credono davvero che non sia difficile emergere dalla massa, per loro basta una giacca blu scura in ufficio e un golfino di cachemire color lilla di sera. Apparentemente leggiadri ma in realtà sempre attenti a cogliere l’attimo per l’investimento che potrebbe far cambiare la vita. Gli «eletti» erano comunque pochi: nel 1985 una cena in una discoteca vipposa costava 100 mila lire (champagne a parte). Invece, un operaio generico prendeva 600 mila lire al mese; 400 lire per un caffè.
La «Milano da bere» è anche quella delle passerelle e delle modelle in un tourbillon di bellezze internazionali che mette in movimento i «modellari» (ovvero giovani cacciatori di conquiste) e i paparazzi del Nord. Inizia anche la stagione della movida milanese, con aperitivi dal tramonto all’alba. In questo frenetico dover esserci, di cocktail in cocktail, fa irruzione la cocaina. Quel di più da ricchi (una dose costava 150 mila lire) per mantenersi a galla. La gente comune viene a sapere di quello che succedeva nei festini privati della «Milano da bere» con la tragica vicenda di Terry Broome: la giovanissima modella americana che nel 1984 uccide a colpi di pistola il playboy (così lo hanno sempre chiamato, come se fosse un mestiere, o una condizione sociale) Francesco D'Alessio. A tratteggiare quest’altra faccia della «Milano da bere» è un giornalista parmigiano, Paolo Pietroni, che firma con lo pseudonimo di Marco Parma il romanzo «Sotto il vestito niente». Da qui nasce, con lo stesso titolo, anche un film dei fratelli Vanzina. Siamo proprio nella metà perfetta degli anni Ottanta. La «Milano da bere» diventa un modello da esportare in tutta Italia. Ci pensa la televisione di Berlusconi a dare brio alle nostre serate a casa con «Drive in». Ai corpi flessuosi delle modelle che sfilano sulle passerelle, la trasmissione di Antonio Ricci contrappone le nuove maggiorate: da Carmen Russo e Tinì Cansino alle altre ragazze del fast food. Ed è proprio il fast food un altro fenomeno di tendenza che la «Milano da bere» importa dagli Stati Uniti e la tv commerciale lo rende familiare ai giovani italiani. Il fast food diventa il luogo di aggregazione dei «paninari» dove è tutto un fiorire di stivali americani, piumini e, per le ragazze, borse d’inconfondibile marca. Quello che vale è lo status symbol di appartenenza. Con l'addio al pane-e-mortadella, sono i cartocci di patate fritte affogati con il ketchup a segnare un’altra svolta alimentare. Ma la «Milano da bere» diventa anche lo specchio del corpo perfetto per più di una generazione. Se non vai in palestra rischi l’emarginazione sociale. Tonicità aerobica per le donne, mentre per gli uomini sono i muscoli di Arnold Schwarzenegger a rappresentare la vetta. Ma è proprio il vapore delle saune a non far percepire che sul finire degli anni Ottanta il mito della «Milano da bere» era al tramonto. La bolla finanziaria sta per esplodere e sulla Lombardia si addensa ben presto la nebbia di Tangentopoli.


La mappa dei «paninari», tra oggetti e luoghi di culto

Luca Pollini

Sono “di fango” per Indro Montanelli e “della rucola” per Michele Serra ma, per i più, gli anni Ottanta sono, e restano, quelli della «Milano da bere», dell’edonismo esasperato e del disimpegno. Il periodo che alcuni liquidano con: «Spararono a John Lennon e iniziò un decennio di merda». Nel 1982 l’Italia vince il Mondiale di calcio e la Milano dei difficili anni Settanta, degli scontri tra sanbabilini e china, delle grandi manifestazioni di piazza, dei picchetti davanti alle fabbriche, dei cineforum “segue dibattito” sono di colpo lontanissimi. In Italia la gente non ne può più della pesantezza e della politica e così, si aprono le porte all’evasione. Milano è la città faro di questo cambiamento: è la capitale della moda, dell’economia, della pubblicità e del benessere. E il suo più autorevole rappresentante è «il Paninaro», adolescente che, suo malgrado, testimonia la prima e unica (ed effimera) moda giovanile italiana doc che nasce nella città dove si aprono i primi fast food. In realtà gli hamburger made in Usa c’entrano relativamente, perché tutto ha origine in un piccolo slargo vicino a corso Vittorio Emanuele, piazzetta Liberty, davanti a un bar chiamato Il Panino. In questo locale si ascolta musica pop e new-wave e si preparano ottimi panini. I frequentatori del bar sono chiamati Paninari, cioè «coloro che frequentano Il Panino». E, una volta aperti i fast food, alcuni di loro si trasferiscono davanti al Burghy di piazza San Babila (McDonald’s non è ancora arrivato). Tra i negozi più frequentati quello di Naj Oleari, in zona Brera, dove le ragazze, le “sfitinzie”, acquistano borse e pantaloni, oggetti cult per la “divisa”, assieme ai piumini Moncler, alle scarpe Timberland, e ai jeans di Armani. Essere belli (soprattutto fuori) e apparire (ad ogni costo): queste due delle parole d’ordine che trionfano nella “Milano da bere”: e così il fisico deve essere perfetto, tonico e abbronzato. Tutti in palestra, quindi: al Club Francesco Conti, frequentatissimo da modelle e pubblicitari, in zona Garibaldi; e allo Skorpion, in corso Vittorio Emanuele, dall’ambiente un po’ più chic. E dopo aver fatto palestra e aerobica, è d’obbligo un quarto d’ora davanti sotto le lampade Uva del Rino Beautysun Center (via Montenapoleone) perché “abbronzati” è meglio. E occhio alla dieta: da Pane e Farina, ristorante in via Pantano davanti all’Assolombarda, spopola il “carpaccio rucola e grana”, facendo diventare “la rucola” un must come fosse un oggetto di gran moda. Così come la panna, che invade sia i primi sia le pizze. E dopo cena la «Milano da bere» si scatena: apre il primo multisala, l’Odeon, in via Santa Radegonda; da mezzanotte in poi c’è la fila davanti all’Hollywood in corso Como, il Killer Plastic in viale Umbria (sulla sua pista ballano Madonna, Freddie Mercury, Elton John, solo per citarne alcuni) e l’Amnesie, discoteche che per prime fanno la selezione alla porta stile New York. E il 26 settembre dell’86 con un concerto di Frank Sinatra, che vede in prima fila l’allora presidente del consiglio Bettino Craxi, viene inaugurato il PalaTrussardi. Nel tempo la struttura sponsorizzata dallo stilista, e dichiarata “provvisoria” dal Comune, ha cambiato diversi nomi, ma è ancora lì. A ricordarci che, a Milano, gli anni 80 non sono ancora finiti.


TUTTO INIZIO' CON UNO SPOT

Lo spot del 1986

L'espressione «Milano da bere», ormai entrata nel linguaggio comune, fu coniata dal geniale pubblicitario Marco Mignani a metà degli anni Ottanta. Lo spot reclamizzava un famoso amaro.

IL DEBUTTO DI DOLCE E GABBANA

Una delle sfilate di Dolce & Gabbana e il boom delle top model 

Ottobre 1985: sfila sulle passerelle milanesi la prima collezione di un duo di stilisti «emergenti», Stefano Dolce e Domenico Gabbana. Non avevano i soldi per le modelle e chiesero aiuto agli amici. Il successo fu dirompente.

LA TRILOGIA DI VANZINA

"Sotto il vestito niente" il trailer del 1985

Al cinema deflagra il fenomeno «Sotto il vestito niente», film diretto da Carlo Vanzina tratto dal romanzo di Paolo Pietroni. Altri successi dell'epoca, «Via Montenapoleone» e «Yuppies», sempre di Vanzina.