Sei in Archivio

ECONOMIA

Dove investire nel 2019? Le indicazioni di Banca Generali

Sei domande a Generoso Perrotta, responsabile Advisory di Banca Generali

23 gennaio 2019, 13:50

Dove investire nel 2019? Le indicazioni di Banca Generali

L’economia globale fronteggia "rischi significativamente più alti, alcuni dovuti alle politiche" intraprese dai governi. L’allarme arriva dal direttore generale dell'Fmi, Christine Lagarde, che ha aggiunto: "significa che una recessione globale è dietro l’angolo? No". Quel che è certo è che il quadro economico mondiale probabilmente non è mai stato così complicato.  E allora per orientarci nelle scelte di investimento abbiamo posto sei domande a Generoso Perrotta, Responsabile Advisory Banca Generali per avere un quadro della situazione più chiaro e qualche suggerimento nella scelta degli asset per il 2019.

Nonostante la fiducia iniziale, il 2018 non è stato un grande anno. Hanno sofferto quasi tutte le asset class; perché?

Il 2018 dei mercati è iniziato all’insegna di un ottimismo derivante da un 2017 in cui si era manifestata una crescita economica globalmente sincrona ed in continuo sviluppo, ha, nel corso dei mesi, in particolare da maggio, dovuto prendere le misure a diversi fattori, sia esogeni che endogeni ai mercati finanziari che ne hanno decretato il primato negli ultimi dieci anni, di anno peggiore. In particolare, sono tre i fattori responsabili di questi rendimenti negativi: le politiche monetarie asimmetriche delle banche centrali; la crescita economica impattata da esaurimento della forza propulsiva di riforme fiscali e l’affermarsi di politiche economiche protezionistiche e infine l’instabilità politica, che in alcune aree ha determinato forte preoccupazione sul futuro socioeconomico delle popolazioni che le vivono.

Scendono nei portafogli i bond bancari e i titoli di Stato: si riscoprono i depositi bancari. Come leggere questo segnale?

Si tratta della tipica risposta dei risparmiatori ad una fase di instabilità e preoccupazione sul futuro. Il deflusso dai mercati finanziari ha riguardato la quasi totalità degli strumenti finanziari presenti nei portafogli dei risparmiatori che, di conseguenza, hanno avuto come prima destinazione il deposito bancario. Questa soluzione dovrebbe però essere temporanea dal momento che i depositi non sono più redditizi come qualche anno fa.

La fine del QE cosa comporterà?

La fine del QE da parte della Bce comporterà innanzitutto una diminuzione della domanda di obbligazioni governative emesse dai singoli Paesi dell’Eurozona, che dovrebbe avere come conseguenza un rialzo dei tassi di rendimento. Crediamo che il rialzo dei tassi resterà comunque contenuto e non preoccupante per gli investimenti. La fine del QE dovrebbe avere invece un impatto positivo sulle politiche monetarie delle principali Banche Centrali che dovrebbero risultare meno asimmetriche. Questo eliminerà uno dei tre fattori negativi caratterizzanti il 2018 e, di conseguenza, minori rischi nell’implementazione delle scelte di asset allocation per l’anno in corso.

Che effetti avrà la Brexit sui risparmiatori?

L’inadeguatezza dei preparativi di una Hard Brexit innescherebbe una crisi economica nel Regno Unito, come ipotizzato dalla Bank of England in un’analisi recentemente pubblicata. La BoE ha stimato che un’uscita del Regno Unito dall’UE senza accordo provocherebbe conseguenze peggiori di quelle successive alla crisi del 2008. Secondo le stime, il PIL potrebbe contrarsi dell’8% nel giro di un anno, i prezzi delle case precipitare del 30%, la disoccupazione circa raddoppiare dall’attuale 4,1% al 7,5% e l’inflazione crescere al 6,5%, oltre un inevitabile aumento dei tassi di interesse. Gli effetti attesi sono quindi negativi per tutti i principali asset denominati in sterlina, per questo motivo la situazione deve essere costantemente monitorata in funzione delle novità riguardanti la Brexit. Dopo la bocciatura dell’accordo si sono infatti delineati diversi scenari che incorporano effetti potenziali tra loro diametralmente opposti.

I beni rifugio sono sempre tali? Il dollaro sembra confermarlo.

Il dollaro ha confermato nel 2018 il suo ruolo di bene rifugio in quanto supportato dalla politica monetaria restrittiva della FED. Nel 2019 la conclusione degli stimoli fiscali, l’atteggiamento più cauto della banca centrale e il tema dei deficit gemelli potrebbero dare meno forza relativa alla valuta USA, che potrebbe quindi in parte perdere la sua funzione di protezione. La forza del dollaro e il rialzo dei tassi americani hanno frenato l’oro, altro importate asset che invece potrebbe rappresentare quest’anno, in uno scenario di un dollaro in indebolimento, una interessante forma di copertura in caso di aumento della volatilità dei mercati finanziari. Tra le monete rifugio, si dovrebbe colmare la divergenza di valutazione tra il franco svizzero - in qualche misura sopravvalutato - e lo yen - relativamente sottovalutato – per via del venir meno delle tensioni commerciali tra USA e Cina. Crediamo quindi che la valuta giapponese possa rappresentare quest’anno uno dei principali elementi di stabilizzazione dei portafogli in caso di tensioni sui mercati finanziari.

Gli Eltif possono essere uno strumento valido?

Gli Eltif rappresentano uno strumento interessante per avvicinare i risparmiatori alle PMI non quotate e quindi all’economia reale, favorendo nuovi investimenti non speculativi che vanno a supporto di progetti di sviluppo d’impresa del Paese (infrastrutture, industria, servizi, edilizia abitativa, ricerca e istruzione), anche in un’ottica di sostenibilità degli investimenti. Per la tipicità dell’investimento, questi strumenti sono sottoposti a regole specifiche rispetto a quelle stabilite dalla MiFID II, ma i gestori di Eltif dovranno essere comunque accorti e lungimiranti nell’adottare tutte le misure necessarie per rafforzare la tutela degli investitori. Un Eltif è un investimento da consigliare a coloro che dispongono di un capitale adeguato, di un orizzonte temporale di medio lungo periodo e di un’adeguata consulenza.

Per il 2019 su quali mercati e asset è meglio puntare?

La stabilizzazione della volatilità e una minor attesa di rialzo dei tassi d’interesse, porta a una riconsiderazione della componente azionaria in portafoglio che potrebbe dare un contributo positivo alla performance dell’anno. Riteniamo sia possibile destinare una percentuale tra il 25% e il 30% degli investimenti alla componente azionaria globale, da implementare con un approccio “value” con un 4-5% di mercati emergenti, molto penalizzati durante il biennio passato. La parte restante del portafoglio va completata con la componente obbligazionaria. Nell’approcciare l’investimento obbligazionario, si può mirare ad un allungamento delle scadenze delle singole obbligazioni, sia in Euro che in altre valute. Anche se l’avvicinamento alla neutralità della politica monetaria della Fed e la fine del QE in Eurozona, dovrebbe contribuire ad un deprezzamento del USD in una misura che si ritiene comunque contenuta e non determinante per l’investimento obbligazionario.

Sempre per quanto attiene all’investimento obbligazionario, sarebbero da preferire alle obbligazioni societarie investment grade le obbligazioni dei Paesi emergenti, sia in valute locali che in USD, che obbligazioni sub investment grade in Euro.

Non da ultimo per un investitore italiano, in ottica di una maggiore diversificazione in termini di strumenti finanziari, non sarebbero da sottovalutare eventuali nuove obbligazioni inflation-linked. Si tratta di titoli obbligazionari a tasso variabile, dove la variabilità è legata al tasso di inflazione ma l’esposizione all’aumento dei rendimenti è molto inferiore rispetto alle normali obbligazioni a tasso fisso. Nello scenario attuale, con inflazione stabile e tassi d’interesse tendenzialmente stabili, le obbligazioni inflation linked fanno meglio delle normali obbligazioni a tasso fisso.