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IL RACCONTO DELLA DOMENICA

Ma quanto è bello il brutto tempo

di Anna Maria Dadomo -

03 febbraio 2019, 15:57

Ma quanto è  bello  il brutto tempo

Doveva ringraziare il brutto tempo. Per lei bellissimo. Con la pioggia, il “fuori” non la distraeva, non la tentava: il sole non picchiava alle finestre, non invitava a uscire, non mostrava negligenze e disordine in angoli bui e polverosi della stanza sollecitando interventi. Lavorare con la pioggia era una gioia.
Altro che cattivo umore, depressione, irritazione, stanchezza. Tutto il contrario.
Di buon grado si sedeva al tavolo davanti allo schermo del computer infilata nella sua tuta da lavoro: pantaloni Nike, neri, con “virgolone” verde fosforescente e felpa abbinata, dismessa dal figlio, che lei trovava comodissima perché ci stava dentro bene, non si sentiva tirare o stringere da nessuna parte, la scaldava, la proteggeva.
Forse che Balzac non indossava alla sera, quando si sedeva allo scrittoio, il suo saio di flanella bianco legato da un cordone, e Flaubert la veste da camera che gli aveva regalato, anzi, fatto fare su misura, appositamente per lui, Turgenev, di pura lana vergine del Caucaso foderata di seta? E senza spingersi ad esempi così illustri che potevano anche intimorire, la mamma, sarta, non la si vedeva sempre con indosso la sua solita vestaglietta da casa, fermata da una spilla da balia, quando lavorava di cucito o impugnava le forbici per tagliare un abito dopo aver lisciato con cura il modello di carta velina sopra la stoffa dispiegata sul tavolo? E ai tempi nostri modaioli e glamour Karl Lagerfeld, creatore della Maison Chanel, che veniva ritratto sempre nella sua divisa: camicia a colletto alto e duro fino al mento, occhiali scuri, mezzi guanti (sì, certo, per nascondere le macchie della pelle) bene, anche lui in casa non indossava forse quei larghi camicioni bianchi a maniche lunghe per lavorare?
Tutto questo per dire, in conclusione, che bisognava porsi davanti all’opera che si voleva realizzare (ancora “in nuce”) con umiltà, dismettere ogni forma di orgoglio così che l’idea avesse modo di concretizzarsi senza intoppi, scorresse fluida senza il fastidio di un colletto che soffoca, un bottone che tira, una cerniera che comprime… il corpo non doveva infastidire, interferire, il corpo andava dimenticato.
Per questo, infilata nella sua tuta da “operaio della scrittura” (ai piedi il comfort di un collaudato paio di ciabatte da casa) si sedeva davanti al computer e accompagnata dal delizioso ticchettio della pioggia sull’abbaino incominciava a battere sulla tastiera inseguendo un pensiero, cercando di concretizzarlo, di dare vita a una delle possibili combinazioni dei ventisei (numero variabile a seconda delle lingue) simboli ortografici dell’alfabeto italiano.
Forse non ne sarebbe uscito niente di valido, o forse sì (neanche lei conosceva il manufatto che di lì a poco sarebbe nato) ma non era importante, importante era stato aver seguito quell’impulso, quel desiderio, averlo assecondato. Al meglio, le pareva. Quando intorno a lei c’era solo la pioggia, il silenzio, e il buio. Che bello il brutto tempo.