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Bertinotti e l'arcivescovo di Bologna: «Don Camillo e Peppone siamo noi»

L'ex leader di Rifondazione Comunista e monsignor Matteo Maria Zuppi insieme per un insolito pellegrinaggio nei luoghi di Giovanni Guareschi

di Egidio Bandini -

18 febbraio 2019, 21:04

Bertinotti e l'arcivescovo di Bologna: «Don Camillo e Peppone siamo noi»

Ai tempi di Guareschi, probabilmente, l’incontro avrebbe potuto svolgersi lo stesso, ammesso che Santa Romana Chiesa l’avesse autorizzato.

IL CONFRONTO

Infatti, sulla Cattedra di San Petronio sedeva quel cardinal Giacomo Lercaro che, inviato da Papa Giovanni XIII per «convertire» la rossa Bologna, finì per «scendere a patti con i comunisti», anticipando, di fatto, la possibilità del confronto di sabato scorso, fatto a tappe fra Roncole, Busseto e Brescello, fra l’attuale arcivescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi (in pellegrinaggio diocesano nei luoghi guareschiani) e Fausto Bertinotti, ex presidente della Camera e leader di Rifondazione Comunista. L’uno a vestire i panni di Don Camillo, l’altro quelli di Peppone, ma con una certa «intercambiabilità» dei ruoli, impensabile 50 anni or sono, ma oggi senz’altro non lontana dalla realtà, dopo che anche Papa Francesco ha citato, come esempio di accordo cristiano i due personaggi «inventati dal vero», proprio da Giovannino Guareschi.

LA CONFERENZA

Ambedue i nuovi interpreti del rapporto fra Chiesa e sinistra politica, hanno sottolineato, nella conferenza al teatro Verdi di Busseto come, oggi, non si potrebbero più riconoscere gli avversari di allora, perché, ha detto il cardinal Zuppi, i due non sono mai stati nemici e occorre, più che mai «cercare ciò che li unisce e che è il motivo per cui c’è tutt’ora grande attrazione in loro. Soprattutto – ha sottolineato duramente l’arcivescovo – in un momento come quello odierno, in cui per esistere devi distruggere l’altro».

IL RICONOSCIMENTO

Il riconoscimento, però, al ruolo essenziale di Don Camillo, è venuto proprio dal «comunista» Bertinotti che ha calato il pretone guareschiano ai tempi nostri, senza se e senza ma: «Il populismo cova rancore e odio – ha detto Bertinotti – la dimensione popolare di cui si nutriva Don Camillo è, invece, la nostra unica salvezza». Ricambiato dall’arcivescovo che ha ribadito come «La Chiesa vuole la politica del bene comune, così come la perseguivano due caratteri diametralmente opposti, come i personaggi di Guareschi».

GLI AVVERSARI

Così, se la Chiesa di oggi apre anche agli antichi avversari, pure Fausto Bertinotti, da ex leader della sinistra, ha sdoganato Guareschi che «non è più il nemico dei comunisti. Don Camillo, Peppone e la voce del Cristo sono, siamo tutti noi e Guareschi – ha concluso Bertinotti – di noi e della nostra coscienza parlava e scriveva».

IL DIALOGO

Perfettamente d’accordo anche monsignor Zuppi che ha detto: «Il dialogo con Gesù tira fuori l’anima più profonda di Don Camillo. Il Crocifisso aiuta tutti a dire e capire che anche l’altra è una fede. E se riesce a fare del bene, se riesce a fare giustizia, alla fine non c’è problema; tanto, come dice Gesù nel film, “I conti li faccio io alla fine”». Roba più dalla parte di Peppone, che da quella di Don Camillo. Ma da buon profeta, Guareschi l’aveva già previsto, nel 1961 con il film, guarda caso, «Don Camillo monsignore, ma non troppo» quando, alla presentazione delle nuove case popolari Peppone, sentito il discorso del prelato, dice: «Monsignore, qui si bara! I comunisti siamo noi!».