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Scanderbeg, gli albanesi di Parma: il cuore diviso fra Kosovo e Tirana

Riflessioni e fotografie: nel Paese balcanico sono ore di preoccupazione, ma ieri alla biblioteca Alpi, per la celebrazione dell'indipendenza del piccolo stato fratello, si respirava un clima fiducioso

di Antonio Bertoncini -

18 febbraio 2019, 23:09

Scanderbeg, gli albanesi di Parma: il cuore diviso fra Kosovo e Tirana

Dopo l'immane tragedia degli anni Novanta sull’altra sponda dell’Adriatico, i venti di protesta nei Balcani suscitano sempre un certo allarme. Così è successo anche in queste ore per gli incidenti e le proteste di Tirana, che hanno sfiorato i palazzi del potere. Ma l’allarme sembra già rientrato e la comunità albanese che vive nella nostra città non mostra soverchie preoccupazioni per i congiunti che vivono in Albania. Per comprendere il loro stato d’animo è stato sufficiente vedere il clima di serenità che si respirava per la celebrazione dell’11° anniversario del Kosovo indipendente, promossa dalla scuola albanese di Parma «Scanderbeg» presso la biblioteca Ilaria Alpi, con il patrocinio dell’Ambasciata del Kosovo in Italia.

«A Tirana c’è un clima politico di tensione – afferma Erion Begaj, presidente provinciale della Consulta Stranieri – ma la situazione non mostra segni di pericolosità. I supposti brogli elettorali e la corruzione diffusa sono i motivi principali della protesta. Si è trattato di tafferugli, ma i caffè sono pieni e a Tirana la vita continua senza scosse. In Albania si trova sempre una soluzione».

Non la pensa in modo diverso Durim Lika, fondatore di Scanderbeg Parma: «Sono solo manifestazioni di protesta organizzate dall’opposizione sulla scia di quelle spontanee promosse a dicembre dagli studenti. Non c’è nessun motivo di apprensione, in altri paesi dell’occidente succede di peggio», conclude con riferimento ai gilet gialli. Entra più nel merito Ilir, che vive in Italia da diversi anni, ma non ha mai abbandonato le sue radici: «Tutto nasce dalla protesta degli studenti, assolutamente apartitica, cosciente del fatto che in Albania c’è una corruzione diffusa, c’è miseria, ci sono situazioni di sfiducia generalizzate, perché anche chi oggi fomenta le proteste - il riferimento è al centro destra - non è certo esente dalle stesse colpe. E’ una guerra sotterranea per il potere che strumentalizza il malcontento diffuso e giustificato di tanta parte della popolazione. Ma non sembra ci siano rischi di rivolta».

In Albania però a volte la storia, soprattutto quella recente, prevale sulla cronaca. La celebrazione dell’indipendenza del Kosovo è stata l’occasione per ribadire che «siamo due stati ma un popolo solo» e che «tutti ci consideriamo albanesi, come siamo sempre stati prima dello smembramento del Paese nel 1913». Una storia che brucia ancora e che si esprime con la solidarietà ai fratelli kosovari, che la guerra l’hanno vista con i loro occhi, pagando un tributo altissimo di sangue e di violenze subite dagli oppressori serbi. Sì, perché la mostra fotografica con le immagini di Pristina di Arben Luapashtica è diventata occasione per ricordare ciò che è successo negli anni Novanta. Lo hanno fatto Elvira Lashi, Janet Poya, lo stesso Erion Begaj, che, sognando Albania e Kosovo insieme nella Comunità Europea, ha invitato «a riflettere per non pentirci in futuro del passato che abbiamo». Le vicende storiche degli ultimi cento anni sono state ripercorse da Durim Lika e dallo scrittore Myftar Gjombalaj, di origini kosovare, che ha snocciolato le terribili cifre del massacro del popolo del Kosovo da parte dei serbi: 13.500 morti, 20mila donne violentate, 1.500 bambini scomparsi, 100mila profughi nella regione di Durazzo.