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C'ERA UNA VOLTA

Polaroid, gli scatti che cambiarono il mondo

Una scatola ipnotica che cancellava i tempi dell'attesa: quanti ricordi in quei ritratti

di Italo Abelli -

27 febbraio 2019, 20:03

Polaroid, gli scatti  che cambiarono  il mondo

Era di plastica, era bella, era ipnotica. Era la Polaroid: cancellava i tempi di attesa che allora, per chi scattava una fotografia «normale», duravano giorni. Ad inventarla fu Edwin Land, geniale inventore e imprenditore americano superato, come numero di brevetti depositati, solo da Edison. Fu lui a fondare la Polaroid Corporation nel 1937. E a proiettare il mondo nel futuro, più o meno come oggi fa la Apple.
Niente rullino, niente negativo. Quella scatola nera, che oggi appartiene alla preistoria della tecnologia, allora era il futuro: si stava lì per qualche interminabile secondo ad aspettare che il misterioso processo di sviluppo si compisse fra le nostre dita. E poi, ecco la foto: piccola quadrata, magari anche un po' tossica, ma irresistibilmente «istantanea».
Quel formato ha fissato momenti, ritratti e amori di chi è stato ragazzo negli anni Sessanta e Settanta. Non importava se quelle «figurine» avevano colori spesso esagerati e contorni assai poco definiti: pixel e alta risoluzione ancora non si sapeva cosa fossero.
Quelle generazioni, del resto, erano abituate a emozionarsi e a accontentarsi di poco. Era il periodo in cui il calcio si guardava sulla Rai alle sette della domenica sera, non una partita intera ma solo un tempo, magari quello senza i gol.
La rivoluzionaria Polaroid ha tenuto fino all'avvento dell'era digitale. Non è stata solo il gioiello della gente comune ma ha stregato artisti, registi, designer. Ed è stata strumento imprescindibile per i fotografi di moda, che la usavano per testare luci e sfondi in vista del servizio vero e proprio.
La sua lunga epopea sembrava destinata a interrompersi nel febbraio del 2008, quando la Polaroid aveva annunciato la solenne cessazione della produzione di pellicole istantanee. Poi ci ha in parte ripensato. Pochi anni fa la più futuristica delle star, lady Gaga, è stata nominata direttore creativo del marchio.
Ma che la magica scatola nera non sia stata consegnata al dimenticatoio lo testimoniano le schiere di appassionati e collezionisti che la coccolano in rete e non solo. I siti «dedicati». Le mostre retrospettive. A proposito, se ne avete una in solaio conservatela con cura, se funzionante vale quasi una follia. Migliaia i messaggi che le vengono dedicati sui «social». «Stasera io e la mia Polaroid ci sbizzarriremo», twittava poche ore fa una giovane attrice.
Oggi il mondo dispone di strumenti ben più efficaci per immortalarsi, ma il fascino di ogni epoca si nutre di ricordi. La Polaroid, da ultramoderna, in pochi decenni è diventata goffa e datata, e nello stesso tempo culto vintage. Capace di resuscitare negli ex-giovani indimenticabili immagini di allora e, insieme, un soffio di struggente nostalgia.

L'ULTIMA GENERAZIONE
L'ultima vintage rimane, ma sposa il futuro: ecco la Polaroid Social-matic: fotocamera Android al sapore di Instagram. Con questo modello il marchio Usa si lancia nel mondo del photo sharing. Uscita attesa in autunno. Costo attorno ai trecento euro. 

L'OROLOGIO SUBACQUEO
Ci fu un periodo in cui gli italiani impazzivano per gli orologi subacquei. Ecco un esemplare pregiato degli anni Settanta: si tratta di un Seawatch Waterproof militare. Era garantito fino a sessanta metri di profondità.

L'ESKIMO
Un giaccone verde con cappuccio bordato di pelo, che porta il nome degli abitanti del circolo polare artico. L'eskimo è stato fondamentale per gli studenti di alcuni decenni or sono. Ispirò una celebre canzone di Francesco Guccini.

GLI OCCHIALI A RAGGI X
Negli anni Settanta sui giornali e sui fumetti per ragazzi inpazzavano le pubblicità degli occhiali a raggi x. Promettevano con toni enfatici di «vedere» attraverso le pareti delle case. E gli abiti delle persone.

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  • RETROSTORE di Luca Pollini 
    Da Warhol a Peter Gabriel, così la «plastic camera» ispirò l'arte

In quasi tutti gli album di famiglia c’è un’immagine quadrata, incorniciata di bianco, uscita decine di anni fa da una scatola nera, di plastica.
Be’, sappiate che queste immagini quadrate, ma soprattutto la scatoletta nera di plastica che le sputava, non è stata apprezzata solo dai noi dilettanti, ma anche da fotografi professionisti, architetti, arredatori, detective. Nel mondo dello spettacolo l’hanno utilizzata truccatori, costumisti e scenografi sui set cinematografici (recentemente l’attrice Sean Young ha postato sul web le polaroid scattate da Ridley Scott durante le riprese di «Blade Runner»). E poi è stata in mano agli stilisti prima, durante e dopo le sfilate di moda e non sono pochi gli artisti che grazie alla «plastic camera» hanno realizzato i loro lavori. Su tutti il maestro della pop-art Andy Warhol, che alla Factory (il suo studio di New York nonché punto di ritrovo dell’avanguardia artistica e del jet set) invitava a cena attori, sportivi, scrittori e modelle che - una volta terminato di mangiare - faceva sedere davanti a un muro bianco.
Lì li intervistava, li riprendeva e poi li fotografava con la Polaroid scattando a pochi centimetri dei loro visi. Le piccole foto erano utilizzate dall’artista come bozze preparatorie, la base su cui avrebbe poi realizzato le sue opere. È lunghissima la lista delle persone fotografate dall’artista newyorkese con la Polaroid: da Liza Minnelli a Grace Jones, da Bianca Jagger a Sonia Rykiel, e poi Stallone, Truman Capote, John Lennon, Keith Haring, Giorgio Armani e tanti altri, ritratti a volte in compagnia allo stesso Warhol.
Scatti unici, oggi apprezzati dal mercato che stima il prezzo di ciascuna foto mediamente 10 mila dollari. Tra gli artisti che hanno affidato alla Polaroid la loro vena creativa c’è anche Mario Schifano. Per il pittore italiano scattare le istantanee era un modo di guardare il mondo, prendere appunti di pensieri e bloccare folgorazioni. Le foto – spesso oltre le centinaia - stese ordinatamente su un tavolo o appese a una parete, ispiravano Schifano alla creazione di grandi tele.
Anche Carlo Mollino, geniale ed eclettico artista torinese (architetto e fotografo, ma anche ingegnere, pilota di aeroplani e auto da corsa) ha avuto una stagione legata alla Polaroid: per oltre dieci anni, dalla metà degli anni Sessanta, ha scattato circa un migliaio di istantanee con soggetto donne di tutte le classi, dalle signore bene a sconosciute incontrate per caso, a prostitute, una produzione segreta nota solo a pochi amici intimi a cui spediva queste immagini a dicembre come auguri di buone feste.
A livello artistico gli effetti che all’epoca si potevano ottenere con la Polaroid erano unici, come la cover del terzo album di Peter Gabriel (pubblicato nel 1980) in cui il volto del cantante appare in parte dissolto. Un aspetto un po’ romantico se rapportato al mondo digitale di oggi, dove ormai è la macchina fotografica che fa tutto, imposta apertura dei diaframmi, focus, luce, tanto che a volte impedisce a chi scatta di fare la foto che vuole, quasi avesse una sua volontà.