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EDITORIALE

Pd, il timoniere è cambiato. Ma la rotta non è chiara

di Luca Tentoni -

05 marzo 2019, 15:37

Pd, il timoniere è cambiato. Ma la rotta non è chiara

Ci sono molte chiavi di lettura possibili, nelle primarie di domenica per la scelta del segretario del Pd. Una è numerica: i soliti confronti sull'affluenza e sulla percentuale del vincitore hanno un loro interesse, ma non spiegano tutto. Si tratta di un esercizio nel quale ci possiamo cimentare anche noi, individuando in primo luogo alcune curiose similitudini: nelle tre "primarie" cruciali (2007, per Veltroni; 2013, per Renzi; 2017, per il "Renzi-bis") la percentuale dei voti del periodo era stranamente in linea con i votanti. Nel 2007, andarono ai seggi 3.554.169 simpatizzanti del Pd (alle politiche, l'anno dopo il partito prese il 33,2%); nel 2013, 2.814.881 (in proporzione, poco oltre il 25,4% delle politiche di quell'anno e del 27% delle regionali e amministrative del periodo); nel 2017, 1.838.938 (anche qui in linea con il successivo risultato elettorale del Pd: 18,8%). In altre parole, i votanti alla consultazione per il segretario del Pd erano, nel 2017, il 51,8% di quelli di dieci anni prima; frattanto, i voti alle politiche (confronto 2018 su 2008) scendevano da 12,1 milioni a 6,2 (il 51,2%). Come si ricorda fra gli studiosi, bisogna stare attenti nel comparare, perché talvolta "correlation is not causation" (cioè il dato non significa automaticamente un nesso reale). Però, certo, in questo caso ci sono somiglianze, che potrebbero in qualche modo trovare conforto rapportando i dati dell'affluenza di domenica a quelli dei più recenti sondaggi sul peso del Pd.
Tuttavia, se i dati sembrano suggerire l'ipotesi che - sia pur ridimensionato anche nelle urne - il "popolo Dem" sia all'incirca sempre mobilitato con la stessa intensità quando si tratta di scegliere un leader, il punto importante è un altro. Fra le quattro consultazioni per la scelta del segretario del partito che hanno preceduto quella di domenica ne possiamo individuare tre di svolta (2007, 2013, 2017) e una di passaggio (2009). Fra le prime, quelle del 2007 e del 2013 hanno segnato un cambio di paradigma: la prima, con Veltroni, ha affermato il modello "a vocazione maggioritaria" e della leadership carismatica; la seconda, con Renzi, ha accentuato entrambi i tratti, abbandonando però quel "ma anche" veltroniano che cercava di portare tutti nel partito.
Renzi, al contrario, ha chiuso alcune porte: ai leader "rottamati", ad alcune parti sociali (i sindacati), un po' anche alle minoranze. Il voto del 2017, invece, è stato - col "Renzi-bis" - una consultazione di svolta perchè "difensiva" (un po' come nel 2009, in quel caso dopo la sconfitta in Sardegna; otto anni dopo, invece, a seguito del disastro referendario) e capace di arroccare il partito sul modello leaderistico a vocazione maggioritaria (le alleanze del 2018 lo dimostrano, col solo partito della Bonino vero interlocutore del Pd, così come l'Idv dell'ex pm Di Pietro nel 2008) per ripartire da un fallace 40% (i sì alla riforma costituzionale) che in realtà era la somma di tante anime diverse (compresa quella "azzurra" e centrista, che non si sarebbero certo ritrovate nelle urne a votare centrosinistra l'anno dopo) e cercare di condizionare le scelte e le liste del 2018. I risultati dell'"arroccamento leaderistico" si sono visti giusto un anno fa, il 4 marzo, alle politiche. Ecco perché le primarie di domenica rappresentano la terza svolta, verso un modello non leaderistico (Zingaretti è un abile tessitore, senza l'oratoria "obamiana" di Veltroni o l'assertività forte di Renzi) e un partito che riconosce il suo essere minoritario e apre alle alleanze, ma anche ai corpi sociali, alle diverse culture, insomma a tutto quanto il Pd ha un po' perso per la via negli ultimi anni. Se sarà una scelta vincente (come fu per Zingaretti alle provinciali di Roma nel 2008, quando vinse in città lo stesso giorno in cui Rutelli perdeva il Campidoglio e alle regionali del 2013 e del 2018, dove ha avuto risultati di gran lunga migliori rispetto alle liste e alle coalizioni del Pd nazionale) lo dirà il futuro. Le europee incombono, forse anche le politiche anticipate. Il percorso, tuttavia, è solo all'inizio: cambia il conduttore, ma il viaggio, la destinazione, i compagni d'avventura e la meta non sono ancora del tutto chiari. Il difficile, per Zingaretti, non è stato vincere le primarie; lo sarà, invece, dimostrare che questo non è stato l'ultimo atto della vita del Pd.