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EDITORIALE

Il delitto d'onore dei nostri tempi

di Vittorio Testa -

15 marzo 2019, 15:25

Il delitto d'onore dei nostri tempi

Una sentenza a Genova e una a Bologna. Che la bilancia della Giustizia penda sempre più a favore delle motivazioni dell’offesa e sempre meno di quelle della vittima sembra ormai un dato di fatto. La giurisprudenza si infittisce di casi nei quali prevale un giudizio “giustificazionista” di comportamenti delittuosi. Forse è inevitabile che lo spirito delle leggi si adatti al clima sociale, al costume caratterizzante la comunità: e la nostra sembra infatti in una fase di facile e diffusa esasperazione, di intolleranza, di violenza spesso ritenuta legittima reazione alle offese e ai torti che riteniamo di aver subito. Viviamo nel periodo dell’insulto e del rancore, dell’aggressività e dell’odio come normali comportamenti nelle relazioni con il prossimo. Due casi recenti stanno ad avvalorare questo convincimento. Semplificando le motivazioni della mite sentenza (condanna a 16 anni contro i 30 chiesti dall’accusa) si potrebbe dire che il giudice abbia ritenuto che la signora Jenny se l’era un po’ andata a cercare questa fine d’essere ammazzata a coltellate dal marito, a causa di un comportamento «del tutto incoerente e contraddittorio» che aveva spinto l’uomo a reagire in quanto «illuso e disilluso allo stesso tempo». Non proprio posseduto dalla «tempesta emotiva» (cioè un’alterazione che fa uscire di senno) che onnubilandogli la ragione gli aveva impedito la contezza dei suoi gesti trasformando un signore di Bologna (pena dimezzata in Appello) in incosciente assassino dell’ex compagna. No, stavolta il femminicida sarebbe semplicemente stato mosso «da un misto di rabbia e disperazione, profonda delusione e risentimento». La moglie gli aveva detto d’aver lasciato l‘amante: scoperta la menzogna, il signor Javier non ha potuto far altro che agire «sotto la spinta di uno stato d’animo molto intenso, non pretestuoso, né umanamente del tutto incomprensibile» scrive il giudice nelle motivazioni della sentenza, imputando alla donna un comportamento provocatorio: la qual donna davanti al marito armato di lama gli aveva detto che non ne avrebbe avuto il coraggio perché «non era un uomo», «istigandolo a colpirla».
Sicché davanti all’imperdonabile messa in dubbio della propria virilità, Javier Gamboa, questo il nome dell’assassino, «non ha agito sotto la spinta della gelosia ma come reazione al comportamento della donna», ci spiega il giudice genovese, convinto che «il contesto in cui il gesto si colloca vale a connotare l’azione, in un’ipotetica scala di gravità, su un gradino più basso rispetto ad altre». Insomma, per il magistrato – una dottoressa in legge – Javier si è sentito disonorato nel più profondo suo orgoglio: quello della mascolinità, soccombente e offensivamente sovrastata da quella dell’amante. In parole povere: una riedizione del delitto d’onore, aggiornata ai nostri tempi.
VITTORIO TESTA
vittorio.testa@comesermail.it